Posted by Domenico Delle Side
Tue, 27 Jun 2006 09:04:00 GMT
Non penso di fare un torto a qualcuno, riappropriandomi in parte di un modo dire che ci è stato rubato con la forza da più di dieci anni. In questi giorni di impegno civile e politico, in questi giorni di mondiali di calcio, più di una volta ho sentito il bisogno di celebrare il mio paese, di incitarlo alla scelta giusta, ma mi fermavo all’improvviso, ricordandomi di dover scegliere accuratamente l’urlo da utilizzare.Mi sento un po’ Fonzie di Happy Days, che non riusciva a pronunciare la frase «Ho sbagliato»; a me accade altrettanto quando vado a pronunciare «Forza Italia» (anche scriverlo, ora, è stata un’impresa…).
Oggi è diverso, oggi si può fare uno strappo perché quella di ieri è stata una giornata da ricordare, una giornata speciale in cui l’Italia ha vinto e lo ha fatto su più fronti. Ha vinto nel calcio, purtroppo senza convincere ed emozionare, ed ha soprattutto vinto esprimendo il suo no ad una riforma costituzionale indegna.
Il pericolo, il rischio sono stati altissimi; in caso di una vittoria del si, saremmo stati sull’orlo di un ritorno al fascismo, nella sua versione moderna: la telecrazia. Gli italiani, fortunatamente, hanno espresso il loro sonoro no ed hanno così allontanato le ombre.
Per natura sono diffidente e non mi spiego come mai, dopo delle elezioni politiche incerte come le ultime, il risultato referendario sia stato così netto. D’accordo, quello di un referendum non è un voto politico, ma un voto da fare secondo coscienza; tuttavia mi sarei aspettato un risultato più combattuto, in cui si e no avessero battagliato per prevalere l’uno sull’altro.
Questo no mi puzza. Sia chiaro, non ci vedo brogli, quelli li vede solo il cavaliere con l’ausilio dei suoi compari; tuttavia mi sembra strano che gli italiani, ben 15 milioni di italiani, siano stati così decisi. Il timore è che la telecrazia non ci abbia abbandonati, ma abbia soltanto cambiato padrone. È prematuro affermare qualcosa del genere, soprattutto visto il potere mediatico dell’altra parte, ma non credo alle improvise prese di coscienza del popolo italiano. Come è possibile che in così poco tempo un popolo cambi radicalmente le sue vedute?
Il dubbio rimane, ma è un giorno speciale, perciò preferisco godermi le vittorie; almeno per oggi preferisco stare con il sorriso beato, sorriso che aumenta sempre più leggendo le dichiarazioni dei vari Berlusconi, Bondi, Cicchitto e soci.
Solo qualche giorno addietro, il cavaliere ha dichiarato al GR1: «Votare Sì per dare una lezione al governo Prodi, al governo con undici ministri comunisti, in cui ci sono ministri che vanno in piazza assieme ai centri sociali e con gli omosessuali, che mettono ex terroristi a capo delle commissioni parlamentari e che rappresentano il partito delle tasse». Cosa aspettarsi a questo punto se non una dichiarazione di un suo scudiero che, a risultato ottenuto, minimizzi la sconfitta e neghi quanto detto dal capo? Puntuale, infatti, arriva il prode Osvaldo Napoli, che dice: «La vittoria del no, netta e indiscutibile, non e’ la vittoria del governo e non coincide neppure con la sconfitta della Cdl … Una simile analisi avrebbe presupposto una strumentalizzazione del voto referendario che non c’e’ mai stata da parte della Cdl…».
La vetta più alta, però, si raggiunge con il saggio Bondi, che in una sorta di liberazione a metà tra il rutto e la scorreggia afferma: «Il risultato del referendum impone una riflessione su due questioni decisive per il futuro del Paese: la prima riguarda le ragioni per le quali il Mezzogiorno non ha compreso la validita’ e la necessita’ anche per il Sud della riforma costituzionale; la seconda riguarda il crescente divario del Nord rispetto al resto d’Italia, una divaricazione che pone una questione politica nazionale che nessuno puo’ ignorare. Solo la Casa delle Liberta’ (come dimostrano le prime reazioni della sinistra) ha la possibilita’ di tenere insieme questi diversi fili nel quadro di un progetto politico di cambiamento e di rinnovamento dell’Italia».
La traduzione di questa affermazione non è un compito semplice, i messaggi sono ben nascosti e piuttosto aulici, ma il significato non dovrebbe essere lontano da: «Al sud non capiscono un cazzo; noi del nord ce li dobbiamo togliere dai coglioni e solo la CdL può riuscire in questa impresa».
Sorrido, sorrido beato, ma mi rendo conto che il pericolo sia solo scampato, non annulato del tutto.
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Posted by Domenico Delle Side
Wed, 14 Jun 2006 15:47:00 GMT
Ricevo e pubblico con piacere questo testo elaborato da Carolina, che mette a confronto le due versioni della Costituzione sulle quali siamo chiamati ad esprimerci i prossimi 25 e 26 giugno.
Cari amici, il 25 e il 26 giugno si potrà votare per confermare o meno,
mediante referendum, le consistenti modifiche (50 articoli cambiati + 3
nuovi) apportate alla Costituzione dal vecchio Parlamento su iniziativa
dell’allora Presidente del Consiglio. Data l’importanza dell’argomento – la
Carta Costituzionale, come a suo tempo la Magna Charta, “non conosce
sovrani”! – ho voluto documentarmi per evitare un voto “viscerale”. Ho
letto entrambi i testi e propongo qui le riflessioni che mi sembrano più
importanti.
- La rappresentanza. I parlamentari rappresentano ancora la Nazione
ed esercitano sempre le funzioni “senza vincolo di mandato”. Cosa giusta,
spesso ignorata nei comportamenti, ma valida comunque per tutti
indistintamente. Tuttavia nella nuova camera dei deputati (unica perché
l’attuale senato, pur fatto da eletti su base regionale, è soppresso),
questi non godono degli stessi diritti. Solo i deputati appartenenti alla
maggioranza possono votare la “sfiducia costruttiva”, evitare lo
scioglimento delle camere e indicare un nuovo Primo Ministro da impegnare
sul programma della maggioranza. I deputati dell’opposizione non hanno
diritto di voto. Altro che rappresentare la Nazione!
- I poteri. Solo un buon equilibrio dei poteri è garanzia di un buon
funzionamento delle istituzioni (persino nel gioco del poker non esiste una
combinazione di carte sicuramente vincente!), ma nella nuova Carta si
manifesta uno sbilanciamento rilevante. È la camera, e non viceversa, ad
avere bisogno della fiducia del Primo Ministro; questi può imporre il suo
scioglimento al Presidente della Repubblica, che perde l’autonomia di questa
facoltà. Inoltre si profilano conflitti di competenza interni al potere
legislativo, con l’istituzione del Senato Federale e la soppressione del
sistema bicamerale. Ci saranno leggi varate della camera, dal senato, leggi
bicamerali, leggi del senato modificate dal governo, proposte di modifica
del senato a leggi della camera, commissioni e comitati paritetici per il
contenzioso in materia… bella semplificazione! Altri squilibri derivano dal
rafforzamento della componente politica del Consiglio Superiore della
Magistratura e della Corte Costituzionale.
- La chiarezza. Ho sempre avuto caro il mio libricino 1095 collezione
legale di Pirola con il testo della Costituzione. Un testo anche molto
difficile, ma chiaro, molto più chiaro e sintetico delle leggi ordinarie,
come ci si aspetta della Legge delle Leggi. Pensiamo a esempio alle nove
parole dell’art. 70: “La funzione legislativa è esercitata collettivamente
dalla due camere”. Il nuovo art. 70, vi risparmio il testo, è fatta da 585
parole, con 11 rinvii a 9 diversi articoli della costituzione stessa, comma
vari, e una serie di precisazioni e distinzioni, sempre all’insegna della
semplicità, naturalmente!
- I valori. La Costituzione è per definizione una Legge che traduce i
valori fondanti di una società in criteri generali che regolino la vita
futura della collettività, al di là delle diverse situazioni contingenti che
possano emergere. Sono valori vivi che tutelano i diritti e la libertà dei
cittadini, senza discriminazioni di alcun tipo; sono valori universali e
democratici pensati per il futuro di tutti. Nella nostra Carta essi ispirano
in particolare la I parte, che apparentemente non verrebbe toccata dalle
modifiche proposte. Ma è proprio vero? Nella passata legislatura ho
assistito, abbiamo assistito, ad attacchi insistenti ai valori di
solidarietà, anche internazionale, che hanno riferimenti in articoli della
prima parte della Costituzione. I criteri di progressività del prelievo
fiscale (art. 53), l’indipendenza e la laicità dello stato (articoli 7, 8,
19), gli ideali internazionali (art. 11) sono stati messi in discussione e
con la concentrazione dei poteri nelle mani di una sola persona, sancita
dall’elezione diretta e dalle modifiche oggi introdotte e non condivise né
concordate con l’opposizione, risultano ancora più minacciati.
- L’anacronismo. Le prime critiche alla Carta Costituzionale: erano
dettate dai disagi che viveva la Prima Repubblica, prima del crollo, ed
erano conseguenze di difetti non necessariamente attribuibili alla
Costituzione. Le critiche di allora erano: Esecutivo debole rispetto al
Parlamento; troppi “inciuci” tra maggioranza e opposizione; troppe
lungaggini ostruzionistiche e troppo potere di ricatto e di veto da parte di
partiti e partitini. Oggi assistiamo all’opposto: il Parlamento soccombe
davanti ai voti di fiducia al Governo e ai suoi maxi-emendamenti
onnicomprensivi; la maggioranza nega con arroganza il dialogo con
l’opposizione in nome di un’investitura ingiustificata (dalla
Costituzione); i tempi dei lavori parlamentari sono regolati e contingentati
in forma assai stretta e i partiti, i partiti basta guardare come sono
ridotti… a caccia esasperata di consensi.
- La “devolution”. Con questo nome poco italiano e ancor meno
lombardo viene presentata la modifica proposta. Il significato sembra essere
quello di venire incontro alle esigenze di decentramento volute dalla Lega
Nord di Bossi, con attribuzione di competenze alle regioni. Questo aspetto è
presente, ma con un peso non paragonabile a quello dell’accentramento dei
poteri già descritto. Sono ribadite le competenze regionali in materia di
salute, istruzione e sicurezza (corpi armati), e a mio parere si affacciano
pericoli di “dissolution” dello Stato (ricordate come è cominciato il crollo
della Jugoslavia?). Si ha poi la certezza di un frastagliarsi di
provvedimenti locali che renderanno meno omogenei alcuni diritti e servizi
ai cittadini italiani. Più vicina all’idea di devolution era perfino la
famigerata riforma del Titolo V operata unilateralmente dal centrosinistra
(che brutto precedente!) che comunque, va ricordato, si basava sull’assenso
espresso dall’allora opposizione su questi argomenti in commissione
bicamerale (70 membri, tutte le componenti – Lega, FI, AN, UDC -
rappresentate),
prima dell’affossamento politico di questa.
- Il metodo. Basterebbe da solo a determinare una scelta. Se è vero
che la Costituzione deve essere il riferimento normativo e valoriale per
tutti, sembra logico che la sua elaborazione spetti a tutti (i
rappresentanti in nome dei rappresentati) e che la sua approvazione debba
essere la più ampia possibile. Così non è stato: le modifiche di oggi si
devono all’attività redazionale di 4 persone di parte, mentre la Costituente
del 1946-47 era composta da 556 rappresentanti di tutte le
componenti; abbiamo assistito a una prova di forza ingiustificata, a una
riforma costituzionale presentata come parte di un programma elettorale
(inaudito) e all’esibizione dell’alibi fornito dal precedente della riforma
unilaterale del Titolo V, fatta dal centro sinistra, di fronte a
ragionevolissime obiezioni. (vedi punto 6). Sono convinta che fra tutte le
contraddizioni del provvedimento, questa, di metodo sia anche la più
importante e la più pesante. Una Costituzione non fondata sul contributo e
sul consenso di tutte le componenti di una collettività è una contraddizione
in termini, una negazione del concetto stesso di Costituzione. Non si vede
in alcun modo come possa sostituirsi alla Carta che i Costituenti hanno
elaborato con sforzi, discussioni e obiettivi di ben altra consistenza
portata e lungimiranza.
8. Il condivisibile. Possibile che tutto vada male in questa riforma?
Possibile, possibile, certamente possibile per il metodo. Detto questo, nel
merito potrebbero esserci parti condivisibili. Personalmente ho trovato due
elementi che meritano attenzione: la ri-attribuzione allo Stato di
competenze importanti in materia di ordinamenti generali sulla tutela della
salute, sicurezza su lavoro, distribuzione dell’energia e la riduzione del
numero dei parlamentari, che viene presentata come meritoria forma di
risparmio. Ciò potrebbe essere condivisibile, tuttavia sono oscuri i
criteri adottati per questa riduzione, che in ogni caso dovrebbe diventare
operativa dal 2016. Ci dovrebbe essere insomma tutto il tempo per poter
approfondire e concordare il provvedimento in uno spirito costituzionalista.
O no?
Per quanto sopra ho maturato la decisione di partecipare al referendum
votando NO e augurandomi che ogni eventuale futura modifica costituzionale
sia effettuata con spirito costituzionalista!
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Posted by Domenico Delle Side
Sun, 04 Jun 2006 13:39:00 GMT
Il 2 giugno 1946, data mitica nella storia Italiana, che ormai un po’ tutti ignorano, non solo si è scelta la forma istituzionale del nostro stato, ma è stato anche dato il via al processo democratico che avrebbe redatto la costituzione della nascente Repubblica Italiana. In quella data, infatti, con un evento del tutto eccezionale per la storia del nostro paese, uomini e donne maggiorenni (per l’epoca) votarono scegliendo tra repubblica e monarchia ed eleggendo 556 rappresentanti che avrebbero dato vita all’Assemblea Costituente.
I costituenti appena eletti si trovarono a dover operare senza aver grosse certezze, potevano fare affidamento solo su due punti saldi: la forma istituzionale, ovvero la repubblica ed il principio comune che univa il loro sentire: l’antifascismo. Si misero così a lavorare per un anno e mezzo circa, non senza problemi; non fu semplice, infatti, mettere d’accordo le varie anime di cui si componeva quell’assemblea, ma quegli uomini illuminati seppero condividere intenti e accordarsi in maniera lungimirante.
Il fascismo aveva rappresentato una grave ferita per l’Italia e per le coscienze dei suoi cittadini; quel ventennio, infatti, ha rappresentato una sconfitta dell’uomo, della società. Questa esperienza negativa era viva nelle menti dei vari Calamandrei, Terracini, Saragat; tutte persone che avevano vissuto il fascismo e ne erano state vittime. Per questo motivo, la nostra Costituzione è permeata di un senso di libertà ed al tempo stesso del desiderio imperativo di mantenerla. Entrando nel merito della forma dello Stato, per fare un esempio, il bicameralismo rappresenta una garanzia: per essere approvata, una legge deve superare l’esame delle due camere e con lo stesso testo. Se guardiamo al passato, questo non ha impedito l’approvazione delle leggi vergogna, ma pensate a cosa sarebbe potuto accadere se, invece, il capo del governo avesse potuto emanare leggi a suo piacimento.
Il risultato, dunque, del dibattito e del confronto di questi saggi costituenti è stato condensato negli articoli che compongono la nostra carta, che, a detta di numerosi giuristi e politologi, è quanto di meglio si possa osservare nel panorama istituzionale mondiale. A questo punto, è lecito chiedersi che bisogno ci fosse di modificarne il testo. Perché riscrivere qualcosa che era già ritenuto giusto?
Le scuse accampate, nel corso della storia, sono state tante. Quella dell’immobilismo istituzionale, ad esempio, è una colossale balla; chi ce la propina, in realtà, vuole soltanto svuotare la Costituzione delle sue forme di garanzia, in modo da aver vita facile. La cosa, a ben vedere, non ha colore politico, un po’ tutti i nostri rappresentanti-dipendenti vorrebbero poter fare il bello ed il cattivo tempo istituzionale a loro piacimento. Sarà forse per questo motivo che, a pochi giorni dal referendum confermativo della modifica costituzionale attuata a maggioranza dal governo Berlusconi, non si parla del voto, non c’è dibattito, non esiste contraddittorio. Eppure, tutti dovremmo avere l’interesse a non permettere che un’altra porcata del genere possa funestare la nostra vita.
Perché dei politici dovrebbero modificare una costituzione che, a 60 anni dalla sua approvazione, non è ancora stata del tutto messa in atto? La spiegazione potrebbe essere la paura, la paura che con l’attuazione questi onorevoli signori, insieme con i partiti che rappresentano, perdano il proprio potere. Stanno così le cose? Caliamoci per un attimo nei panni di questi loschi figuri e immaginiamo come si potrebbero comportare.
«Uhm… se questa cazzo di storia della costituzione va avanti lo prendiamo tutti nel culo… c’è bisogno di fare qualcosa». Ovviamente, il nostro politico quadratico medio non può dire apertamente quale sia la reltà, così deve appigliarsi a qualche argomento del tutto irrilevante, amplificarlo, convincere l’opinione pubblica che sia importante riuscendo in questo modo a confondere le acque per agire indisturbato. Il principio utilizzato è lo stesso che si può vedere nei film d’azione: un ladro, ad esempio, che voglia rubare un quadro in un museo, crea un diversivo che attiri l’attenzione altrove, guadagnandosi la possibilità di agire indisturbato.
«Bene, si può dire che la Costituzione sia vecchia e concepita male, che ingessa il lavoro dei governi, rallentando ogni riforma. E poi, c’è la storia del federalismo, posso sempre tirare fuori quella, se qualcosa va male». Ecco fatto! In nome dello snellimento governativo e della devolution si è dato un colpo di rasoio alla storia, effettuando modifiche che potrebbero rendere l’Italia uno stato totalitario. Uno stato totalitario? Cosa c’entra? Non si parlava di snellimento e devolution? Ci siamo immedesimati troppo nel ruolo del losco figuro e ci siamo dimenticati della paura di cui parlavamo.
Dicevamo che questo stratagemma serve a confondere le acque per poter attuare delle modifiche più nascoste, da tacere, su cui non si dovrà discutere. Dalla modifica costituzionale, infatti, viene fuori un capo del governo, un premier, completamente nuovo, un capo che riceve l’investitura dal popolo, che non ha bisogno della fiducia della sua maggioranza, che nomina e revoca i suoi ministri a piacimento e che determina in tutto e per tutto l’attività del governo e dei ministri di cui è composto. Non è tutto, alcuni organi di garanzia come la Corte Costituzionale e il Consiglio Superiore della Magistratura
risultano completamente snaturati, poiché diminuisce paurosamente il numero di componenti indipendenti che li compongono, a favore di quelli eletti dal governo.
Paura, eh? Dei politici, ovviamente; a noi basta votare “NO” al prossimo referendum per dormire sonni (un po’ più) tranquilli, c’è ancora la vecchia Costituzione che veglia su di noi.
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