Rapporti di famiglia

Posted by Domenico Delle Side Sun, 15 Nov 2009 09:04:54 GMT

Da bambino, mi capitava spesso di averla a morte con i miei genitori; dal mio punto di vista, facevano cose prive di senso e mi sembrava quasi che lo facessero apposta per darmi dispiacere.

Ovviamente, crescendo, si può cambiare quel punto di vista e magari ci si rende conto, come nel mio caso, che la posizione dei miei genitori era dettata da una visione più completa della realtà: come persone mature, comprendevano gli effetti (a volte nefasti) delle mie idee e mi impedivano di metterle in atto.

Oggi avviene una cosa piuttosto simile con noi, con il popolo italiano.

Quanto a sentimento democratico, trovo che si sia un popolo immaturo; così i nostri genitori, i padri costituenti che ormai non ci sono più, ci hanno lasciato nelle mani della Costituzione e della Corte Costituzionale, che ci fanno benevolmente da mamma e papà.

Dove sta la nostra immaturità? Bene, spesso ci comportiamo come mi comportavo io da bambino, visto che ogni tanto partiamo in quarta con idee bislacche e pericolose che sono bloccate solo da Costituzione e Corte Costituzionale.

Proprio come accadeva a me, anche noi ci sentiamo colpiti e traditi da questi due “genitori”, ma anche in questo la possibilità è che noi abbiamo una visione non completa della realtà e che quindi non ci rendiamo conto delle conseguenze dei nostri propositi.

Gli esempi di questi comportamenti non mancano, pensiamo per un attimo al nostro passato recente: il cosiddetto “Lodo Alfano”. Una legge iniqua, che avrebbe significato vivere in una repubblica democratica in cui 4 cittadini, per dirla alla Orwell, sono più uguali degli altri.

In questo caso, noi abbiamo avuto una visione parziale della questione; molti di noi erano a favore perché convinti che il Presidente del Consiglio sia perseguitato dai magistrati di sinistra; altri ancora erano contrari per semplice partito preso. Alla fine c’è voluto l’intervento di Costituzione e Corte Costituzionale, che, dall’alto della loro esperienza, conoscono bene i pericoli di queste derive legislative.

Oggi il problema si ripresenta di nuovo con il “processo breve”, con il quale (sempre basandosi sulla fantasia che il premier sia perseguitato dai giudici) si cerca deliberatamente, addirittura senza più nasconderlo, di impedire che Berlusconi venga giudicato in 2 processi. L’escamotage è quello di stabilire dei tempi tecnici inderogabili per la lunghezza temporale dei processi agli incensurati: non più di 6 anni, altrimenti lo Giustizia deve tirarsi indietro e rinunciare a processare gli imputati.

In pratica, si da la possibilità a chi è facoltoso e/o potente, di rimanere per sempre incensurato, a prescinere dal fatto che abbia commesso reati o meno.

Questa storia mi ricorda di nuovo il mio passato; ovvero quando ad un compito di matematica che feci alla perfezione, il professore mi mise solo 8 (contro il 9 delle altre 2 persone che come me non commisero alcun errore). La spiegazione del professore fu che io non avevo mai preso voti del genere e quindi non poteva mettermi quello che meritavo. Il mese successivo feci di nuovo un compito perfetto ed il professore mi mise di nuovo 8, contro il 9 degli altri, portandomi di nuovo la stessa ed identica spiegazione. Al ché io gli risposi: «Professore, ma se lei non inizia a mettermi 9, io voti del genere non li prenderò mai!»

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Comunque vada, sarà un successo

Posted by Domenico Delle Side Wed, 07 Oct 2009 09:17:00 GMT

È proprio così, Mister B. ha già vinto quando il cosiddetto Lodo Alfano è stato approvato. Che oggi lo boccino, lo approvino o che lo salvino in parte, poco cambierà: Mister B. sarà sempre salvo.

Guardiamo le tre possibilità. Se il lodo viene bocciato, i processi a suo carico riprenderanno, ad esempio quello legato alla vicenda per cui l’avvocato inglese Milss è stato già condannato. Bene, proprio per questo motivo, dovrà essere nominata una nuova corte (quella che ha già giudicato Mills è ormai di parte, perché l’ha condannato), che dovrà studiare tutti i fascicoli del processo, spesso farciti di burocratese colto, che in realtà non dice alcunché. Il risultato sarà che nel 2012 scatterà la prescrizione (grazie ad alcune leggi modificate ad hoc in passato) e tutto questo lavoro andrà a farsi benedire. Poi parlano di spreco di denaro pubblico!

L’altra evenienza è che il lodo venga salvato e qui è chiaro il motivo del successo.

In ultimo, se il lodo viene parzialmente salvato, verrà sancitò dalla corte costituzionale che l’impianto della legge è giusto e degno di un paese civile, democratico e bla bla bla.

Comunque sia, dal mio punto di vista ciò che accadrà sarà proprio l’ultima evenienza, il Lodo Alfano verrà salvato. Di questi tempi, andare contro Mister B. fa troppa paura.

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Tagliare equamente la torta della democrazia

Posted by Domenico Delle Side Mon, 09 Feb 2009 08:42:00 GMT

Potrà sembrare assurdo, ma per anni fior di matematici hanno studiato il modo in cui è possibile tagliare in maniera equa una torta.

Si è cominciato studiando il problema del dividersi una torta in due, che ha una soluzione banale: uno divide e l’altro sceglie la fetta. Entrambi saranno soddisfatti.

Il caso dei tre golosi è senz’altro più interessante, perché richiede una logica più raffinata. Questo problema è stato risolto negli anni 40 da Hugo Steinhaus e siamo così in grado di dividere una torta tra tre persone in maniera tale che ognuno di loro sia allo stesso tempo responsabile della propia scelta e soddisfatto (dal punto di vista logico) della stessa.

Citando l’articolo de Le Scienze di cui si è già dato il link, cerchiamo di capire di cosa si tratti e supponiamo che Paolo, Dino e Giulio vogliano dividersi equamente una torta.

Come primo passo, Paolo taglia la torta in due fette e chiamiamole A e B, con A che è a suo giudizio pari a 1/3 e B a 2/3.

Successivamente, Paolo consegna la fetta A a Dino e gli chiede di tagliarne una fettina se ritiene che sia più di 1/3 o, in caso contrario, di lasciarla com’è. Chiamiamo A’ la fetta risultante, che sarà pari ad A o più piccola.

In ultimo, Dino passa A’ a Giulio, che può scegliere se prenderla o no.

Cosa può accadere a questo punto? Elenchiamo le possibilità:

  1. Se Giulio accetta A’, allora Paolo e Dino mettono insieme quello che rimane – B più gli eventuali ritagli di A – e lo considerano un’unica torta, che dividono con il metodo «Io taglio, tu scegli».
  2. Se Giulio non accetta A’, e Dino ha tagliato una fettina di A, allora Dino prende A’ (è lui che ha realizzato la fetta A’ in maniera tale che a suo giudizio fosse 1/3 del totale), mentre Paolo e Giulio fanno a «Io taglio, tu scegli» con il resto.
  3. Se Giulio non accetta A’, e Dino non ha tagliato una fettina di A, Paolo prende A (è lui che ha tagliato inizialmente quella fetta, quindi per lui è 1/3 del totale), mentre Dino e Giulio fanno a «Io taglio, tu scegli» con il resto.

Sembrerebbe che questo divertente gioco di logica ci insegni solo come tagliare una torta, ma spesso i matematici fanno scoperte che hanno applicazioni anche nei campi che sono più estranei alla loro disciplina. L’algoritmo visto, infatti, ci mostra come 3 persone, esercitando in maniera autonoma un loro diritto (tagliare la torta per averne un pezzo) e controllandosi a vicenda (ognuno sceglie e valuta se il taglio altrui è circa 1/3), possono uscire soddisfatti da un problema non banale.

Dal mio punto di vista, la situazione vista è molto simile a quanto accade nella separazione dei poteri dello stato. Potere legislativo, esecutivo e giudiziario esercitano i loro diritti/doveri e, nella loro autonomia, si controllano a vicenda, garantendo che (almeno in teoria) non ci siano sopprusi e che il forte sia uguale al debole.

In Italia, la Costituzione assicura la separazione dei poteri e ne sancisce l’autonomia; in questo modo, se pensiamo alla democrazia come ad una torta, ognuno dei tre poteri ha la possibilità di avere la sua fetta ed ognuno può ritenersi soddisfatto della propria scelta, ottenendo come risultato un equilibrio perfetto tra i poteri, che rappresenta una garanzia per il cittadino: nessun potere (almeno in teoria) può asservire un altro. Se il governo fa una legge, ad esempio, il parlamento può decidere di non approvarla.

Il principio di separazione dei poteri, dunque, è coerente dal punto di vista logico ed anche altamente democratico. Sarebbe auspicabile che venisse applicato da tutte le costituzioni, ma non è così. In Francia, ad esempio, il potere giudiziario dipende da quello esecutivo e questa, almeno in principio, non è una gran cosa (anche i giudici francesi “tengono famiglia“).

Siccome sono un ingenuo, mi capita di chiedermi perché, se questo principio è logico e democratico, in Italia vada cambiato. Assistiamo spesso ad un parlamento esautorato dalle proprie funzioni, governi che vanno avanti a colpi di decreti e voti di fiducia; vediamo gli stessi governi progettare di mettere sotto il loro controllo la magistratura e mettere in atto (con procedure d’urgenza) leggi che ne compromettono l’operatività.

E’ come se, nell’esempio dei 3 golosi, Paolo smettesse all’improvviso di essere “cortese” e decidesse di ottenere con ogni mezzo una fetta più grossa di torta. In questo modo, il sistema di sicuro non sarebbe più equo, poiché Paolo riuscirebbe ad ottenere una fetta più grande rispetto a quelle di Dino e Giulio, magari minacciandoli di far loro del male.

Ecco, la politica sta facendo proprio questo, sta abbandonando un principio democratico per prendersi una fetta di torta più grande, solo che in questo caso, sta rubando il dolce a noi tutti.

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Forza Italia!

Posted by Domenico Delle Side Tue, 27 Jun 2006 09:04:00 GMT

Non penso di fare un torto a qualcuno, riappropriandomi in parte di un modo dire che ci è stato rubato con la forza da più di dieci anni. In questi giorni di impegno civile e politico, in questi giorni di mondiali di calcio, più di una volta ho sentito il bisogno di celebrare il mio paese, di incitarlo alla scelta giusta, ma mi fermavo all’improvviso, ricordandomi di dover scegliere accuratamente l’urlo da utilizzare.Mi sento un po’ Fonzie di Happy Days, che non riusciva a pronunciare la frase «Ho sbagliato»; a me accade altrettanto quando vado a pronunciare «Forza Italia» (anche scriverlo, ora, è stata un’impresa…).

Oggi è diverso, oggi si può fare uno strappo perché quella di ieri è stata una giornata da ricordare, una giornata speciale in cui l’Italia ha vinto e lo ha fatto su più fronti. Ha vinto nel calcio, purtroppo senza convincere ed emozionare, ed ha soprattutto vinto esprimendo il suo no ad una riforma costituzionale indegna.

Il pericolo, il rischio sono stati altissimi; in caso di una vittoria del si, saremmo stati sull’orlo di un ritorno al fascismo, nella sua versione moderna: la telecrazia. Gli italiani, fortunatamente, hanno espresso il loro sonoro no ed hanno così allontanato le ombre.

Per natura sono diffidente e non mi spiego come mai, dopo delle elezioni politiche incerte come le ultime, il risultato referendario sia stato così netto. D’accordo, quello di un referendum non è un voto politico, ma un voto da fare secondo coscienza; tuttavia mi sarei aspettato un risultato più combattuto, in cui si e no avessero battagliato per prevalere l’uno sull’altro.

Questo no mi puzza. Sia chiaro, non ci vedo brogli, quelli li vede solo il cavaliere con l’ausilio dei suoi compari; tuttavia mi sembra strano che gli italiani, ben 15 milioni di italiani, siano stati così decisi. Il timore è che la telecrazia non ci abbia abbandonati, ma abbia soltanto cambiato padrone. È prematuro affermare qualcosa del genere, soprattutto visto il potere mediatico dell’altra parte, ma non credo alle improvise prese di coscienza del popolo italiano. Come è possibile che in così poco tempo un popolo cambi radicalmente le sue vedute?

Il dubbio rimane, ma è un giorno speciale, perciò preferisco godermi le vittorie; almeno per oggi preferisco stare con il sorriso beato, sorriso che aumenta sempre più leggendo le dichiarazioni dei vari Berlusconi, Bondi, Cicchitto e soci.

Solo qualche giorno addietro, il cavaliere ha dichiarato al GR1: «Votare Sì per dare una lezione al governo Prodi, al governo con undici ministri comunisti, in cui ci sono ministri che vanno in piazza assieme ai centri sociali e con gli omosessuali, che mettono ex terroristi a capo delle commissioni parlamentari e che rappresentano il partito delle tasse». Cosa aspettarsi a questo punto se non una dichiarazione di un suo scudiero che, a risultato ottenuto, minimizzi la sconfitta e neghi quanto detto dal capo? Puntuale, infatti, arriva il prode Osvaldo Napoli, che dice: «La vittoria del no, netta e indiscutibile, non e’ la vittoria del governo e non coincide neppure con la sconfitta della Cdl … Una simile analisi avrebbe presupposto una strumentalizzazione del voto referendario che non c’e’ mai stata da parte della Cdl…».

La vetta più alta, però, si raggiunge con il saggio Bondi, che in una sorta di liberazione a metà tra il rutto e la scorreggia afferma: «Il risultato del referendum impone una riflessione su due questioni decisive per il futuro del Paese: la prima riguarda le ragioni per le quali il Mezzogiorno non ha compreso la validita’ e la necessita’ anche per il Sud della riforma costituzionale; la seconda riguarda il crescente divario del Nord rispetto al resto d’Italia, una divaricazione che pone una questione politica nazionale che nessuno puo’ ignorare. Solo la Casa delle Liberta’ (come dimostrano le prime reazioni della sinistra) ha la possibilita’ di tenere insieme questi diversi fili nel quadro di un progetto politico di cambiamento e di rinnovamento dell’Italia».

La traduzione di questa affermazione non è un compito semplice, i messaggi sono ben nascosti e piuttosto aulici, ma il significato non dovrebbe essere lontano da: «Al sud non capiscono un cazzo; noi del nord ce li dobbiamo togliere dai coglioni e solo la CdL può riuscire in questa impresa».

Sorrido, sorrido beato, ma mi rendo conto che il pericolo sia solo scampato, non annulato del tutto.

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Carte a confronto

Posted by Domenico Delle Side Wed, 14 Jun 2006 15:47:00 GMT

Ricevo e pubblico con piacere questo testo elaborato da Carolina, che mette a confronto le due versioni della Costituzione sulle quali siamo chiamati ad esprimerci i prossimi 25 e 26 giugno.

Cari amici, il 25 e il 26 giugno si potrà votare per confermare o meno, mediante referendum, le consistenti modifiche (50 articoli cambiati + 3 nuovi) apportate alla Costituzione dal vecchio Parlamento su iniziativa dell’allora Presidente del Consiglio. Data l’importanza dell’argomento – la Carta Costituzionale, come a suo tempo la Magna Charta, “non conosce sovrani”! – ho voluto documentarmi per evitare un voto “viscerale”. Ho letto entrambi i testi e propongo qui le riflessioni che mi sembrano più importanti.

  1. La rappresentanza. I parlamentari rappresentano ancora la Nazione ed esercitano sempre le funzioni “senza vincolo di mandato”. Cosa giusta, spesso ignorata nei comportamenti, ma valida comunque per tutti indistintamente. Tuttavia nella nuova camera dei deputati (unica perché l’attuale senato, pur fatto da eletti su base regionale, è soppresso), questi non godono degli stessi diritti. Solo i deputati appartenenti alla maggioranza possono votare la “sfiducia costruttiva”, evitare lo scioglimento delle camere e indicare un nuovo Primo Ministro da impegnare sul programma della maggioranza. I deputati dell’opposizione non hanno diritto di voto. Altro che rappresentare la Nazione!
  2. I poteri. Solo un buon equilibrio dei poteri è garanzia di un buon funzionamento delle istituzioni (persino nel gioco del poker non esiste una combinazione di carte sicuramente vincente!), ma nella nuova Carta si manifesta uno sbilanciamento rilevante. È la camera, e non viceversa, ad avere bisogno della fiducia del Primo Ministro; questi può imporre il suo scioglimento al Presidente della Repubblica, che perde l’autonomia di questa facoltà. Inoltre si profilano conflitti di competenza interni al potere legislativo, con l’istituzione del Senato Federale e la soppressione del sistema bicamerale. Ci saranno leggi varate della camera, dal senato, leggi bicamerali, leggi del senato modificate dal governo, proposte di modifica del senato a leggi della camera, commissioni e comitati paritetici per il contenzioso in materia… bella semplificazione! Altri squilibri derivano dal rafforzamento della componente politica del Consiglio Superiore della Magistratura e della Corte Costituzionale.
  3. La chiarezza. Ho sempre avuto caro il mio libricino 1095 collezione legale di Pirola con il testo della Costituzione. Un testo anche molto difficile, ma chiaro, molto più chiaro e sintetico delle leggi ordinarie, come ci si aspetta della Legge delle Leggi. Pensiamo a esempio alle nove parole dell’art. 70: “La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalla due camere”. Il nuovo art. 70, vi risparmio il testo, è fatta da 585 parole, con 11 rinvii a 9 diversi articoli della costituzione stessa, comma vari, e una serie di precisazioni e distinzioni, sempre all’insegna della semplicità, naturalmente!
  4. I valori. La Costituzione è per definizione una Legge che traduce i valori fondanti di una società in criteri generali che regolino la vita futura della collettività, al di là delle diverse situazioni contingenti che possano emergere. Sono valori vivi che tutelano i diritti e la libertà dei cittadini, senza discriminazioni di alcun tipo; sono valori universali e democratici pensati per il futuro di tutti. Nella nostra Carta essi ispirano in particolare la I parte, che apparentemente non verrebbe toccata dalle modifiche proposte. Ma è proprio vero? Nella passata legislatura ho assistito, abbiamo assistito, ad attacchi insistenti ai valori di solidarietà, anche internazionale, che hanno riferimenti in articoli della prima parte della Costituzione. I criteri di progressività del prelievo fiscale (art. 53), l’indipendenza e la laicità dello stato (articoli 7, 8, 19), gli ideali internazionali (art. 11) sono stati messi in discussione e con la concentrazione dei poteri nelle mani di una sola persona, sancita dall’elezione diretta e dalle modifiche oggi introdotte e non condivise né concordate con l’opposizione, risultano ancora più minacciati.
  5. L’anacronismo. Le prime critiche alla Carta Costituzionale: erano dettate dai disagi che viveva la Prima Repubblica, prima del crollo, ed erano conseguenze di difetti non necessariamente attribuibili alla Costituzione. Le critiche di allora erano: Esecutivo debole rispetto al Parlamento; troppi “inciuci” tra maggioranza e opposizione; troppe lungaggini ostruzionistiche e troppo potere di ricatto e di veto da parte di partiti e partitini. Oggi assistiamo all’opposto: il Parlamento soccombe davanti ai voti di fiducia al Governo e ai suoi maxi-emendamenti onnicomprensivi; la maggioranza nega con arroganza il dialogo con l’opposizione in nome di un’investitura ingiustificata (dalla Costituzione); i tempi dei lavori parlamentari sono regolati e contingentati in forma assai stretta e i partiti, i partiti basta guardare come sono ridotti… a caccia esasperata di consensi.
  6. La “devolution”. Con questo nome poco italiano e ancor meno lombardo viene presentata la modifica proposta. Il significato sembra essere quello di venire incontro alle esigenze di decentramento volute dalla Lega Nord di Bossi, con attribuzione di competenze alle regioni. Questo aspetto è presente, ma con un peso non paragonabile a quello dell’accentramento dei poteri già descritto. Sono ribadite le competenze regionali in materia di salute, istruzione e sicurezza (corpi armati), e a mio parere si affacciano pericoli di “dissolution” dello Stato (ricordate come è cominciato il crollo della Jugoslavia?). Si ha poi la certezza di un frastagliarsi di provvedimenti locali che renderanno meno omogenei alcuni diritti e servizi ai cittadini italiani. Più vicina all’idea di devolution era perfino la famigerata riforma del Titolo V operata unilateralmente dal centrosinistra (che brutto precedente!) che comunque, va ricordato, si basava sull’assenso espresso dall’allora opposizione su questi argomenti in commissione bicamerale (70 membri, tutte le componenti – Lega, FI, AN, UDC - rappresentate), prima dell’affossamento politico di questa.
  7. Il metodo. Basterebbe da solo a determinare una scelta. Se è vero che la Costituzione deve essere il riferimento normativo e valoriale per tutti, sembra logico che la sua elaborazione spetti a tutti (i rappresentanti in nome dei rappresentati) e che la sua approvazione debba essere la più ampia possibile. Così non è stato: le modifiche di oggi si devono all’attività redazionale di 4 persone di parte, mentre la Costituente del 1946-47 era composta da 556 rappresentanti di tutte le componenti; abbiamo assistito a una prova di forza ingiustificata, a una riforma costituzionale presentata come parte di un programma elettorale (inaudito) e all’esibizione dell’alibi fornito dal precedente della riforma unilaterale del Titolo V, fatta dal centro sinistra, di fronte a ragionevolissime obiezioni. (vedi punto 6). Sono convinta che fra tutte le contraddizioni del provvedimento, questa, di metodo sia anche la più importante e la più pesante. Una Costituzione non fondata sul contributo e sul consenso di tutte le componenti di una collettività è una contraddizione in termini, una negazione del concetto stesso di Costituzione. Non si vede in alcun modo come possa sostituirsi alla Carta che i Costituenti hanno elaborato con sforzi, discussioni e obiettivi di ben altra consistenza portata e lungimiranza. 8. Il condivisibile. Possibile che tutto vada male in questa riforma? Possibile, possibile, certamente possibile per il metodo. Detto questo, nel merito potrebbero esserci parti condivisibili. Personalmente ho trovato due elementi che meritano attenzione: la ri-attribuzione allo Stato di competenze importanti in materia di ordinamenti generali sulla tutela della salute, sicurezza su lavoro, distribuzione dell’energia e la riduzione del numero dei parlamentari, che viene presentata come meritoria forma di risparmio. Ciò potrebbe essere condivisibile, tuttavia sono oscuri i criteri adottati per questa riduzione, che in ogni caso dovrebbe diventare operativa dal 2016. Ci dovrebbe essere insomma tutto il tempo per poter approfondire e concordare il provvedimento in uno spirito costituzionalista. O no?

Per quanto sopra ho maturato la decisione di partecipare al referendum votando NO e augurandomi che ogni eventuale futura modifica costituzionale sia effettuata con spirito costituzionalista!

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Una storia italiana

Posted by Domenico Delle Side Sun, 04 Jun 2006 13:39:00 GMT

Salva la costituzione: Vota NO!Il 2 giugno 1946, data mitica nella storia Italiana, che ormai un po’ tutti ignorano, non solo si è scelta la forma istituzionale del nostro stato, ma è stato anche dato il via al processo democratico che avrebbe redatto la costituzione della nascente Repubblica Italiana. In quella data, infatti, con un evento del tutto eccezionale per la storia del nostro paese, uomini e donne maggiorenni (per l’epoca) votarono scegliendo tra repubblica e monarchia ed eleggendo 556 rappresentanti che avrebbero dato vita all’Assemblea Costituente.

I costituenti appena eletti si trovarono a dover operare senza aver grosse certezze, potevano fare affidamento solo su due punti saldi: la forma istituzionale, ovvero la repubblica ed il principio comune che univa il loro sentire: l’antifascismo. Si misero così a lavorare per un anno e mezzo circa, non senza problemi; non fu semplice, infatti, mettere d’accordo le varie anime di cui si componeva quell’assemblea, ma quegli uomini illuminati seppero condividere intenti e accordarsi in maniera lungimirante.

Il fascismo aveva rappresentato una grave ferita per l’Italia e per le coscienze dei suoi cittadini; quel ventennio, infatti, ha rappresentato una sconfitta dell’uomo, della società. Questa esperienza negativa era viva nelle menti dei vari Calamandrei, Terracini, Saragat; tutte persone che avevano vissuto il fascismo e ne erano state vittime. Per questo motivo, la nostra Costituzione è permeata di un senso di libertà ed al tempo stesso del desiderio imperativo di mantenerla. Entrando nel merito della forma dello Stato, per fare un esempio, il bicameralismo rappresenta una garanzia: per essere approvata, una legge deve superare l’esame delle due camere e con lo stesso testo. Se guardiamo al passato, questo non ha impedito l’approvazione delle leggi vergogna, ma pensate a cosa sarebbe potuto accadere se, invece, il capo del governo avesse potuto emanare leggi a suo piacimento.

Il risultato, dunque, del dibattito e del confronto di questi saggi costituenti è stato condensato negli articoli che compongono la nostra carta, che, a detta di numerosi giuristi e politologi, è quanto di meglio si possa osservare nel panorama istituzionale mondiale. A questo punto, è lecito chiedersi che bisogno ci fosse di modificarne il testo. Perché riscrivere qualcosa che era già ritenuto giusto?

Le scuse accampate, nel corso della storia, sono state tante. Quella dell’immobilismo istituzionale, ad esempio, è una colossale balla; chi ce la propina, in realtà, vuole soltanto svuotare la Costituzione delle sue forme di garanzia, in modo da aver vita facile. La cosa, a ben vedere, non ha colore politico, un po’ tutti i nostri rappresentanti-dipendenti vorrebbero poter fare il bello ed il cattivo tempo istituzionale a loro piacimento. Sarà forse per questo motivo che, a pochi giorni dal referendum confermativo della modifica costituzionale attuata a maggioranza dal governo Berlusconi, non si parla del voto, non c’è dibattito, non esiste contraddittorio. Eppure, tutti dovremmo avere l’interesse a non permettere che un’altra porcata del genere possa funestare la nostra vita.

Perché dei politici dovrebbero modificare una costituzione che, a 60 anni dalla sua approvazione, non è ancora stata del tutto messa in atto? La spiegazione potrebbe essere la paura, la paura che con l’attuazione questi onorevoli signori, insieme con i partiti che rappresentano, perdano il proprio potere. Stanno così le cose? Caliamoci per un attimo nei panni di questi loschi figuri e immaginiamo come si potrebbero comportare.

«Uhm… se questa cazzo di storia della costituzione va avanti lo prendiamo tutti nel culo… c’è bisogno di fare qualcosa». Ovviamente, il nostro politico quadratico medio non può dire apertamente quale sia la reltà, così deve appigliarsi a qualche argomento del tutto irrilevante, amplificarlo, convincere l’opinione pubblica che sia importante riuscendo in questo modo a confondere le acque per agire indisturbato. Il principio utilizzato è lo stesso che si può vedere nei film d’azione: un ladro, ad esempio, che voglia rubare un quadro in un museo, crea un diversivo che attiri l’attenzione altrove, guadagnandosi la possibilità di agire indisturbato.

«Bene, si può dire che la Costituzione sia vecchia e concepita male, che ingessa il lavoro dei governi, rallentando ogni riforma. E poi, c’è la storia del federalismo, posso sempre tirare fuori quella, se qualcosa va male». Ecco fatto! In nome dello snellimento governativo e della devolution si è dato un colpo di rasoio alla storia, effettuando modifiche che potrebbero rendere l’Italia uno stato totalitario. Uno stato totalitario? Cosa c’entra? Non si parlava di snellimento e devolution? Ci siamo immedesimati troppo nel ruolo del losco figuro e ci siamo dimenticati della paura di cui parlavamo.

Dicevamo che questo stratagemma serve a confondere le acque per poter attuare delle modifiche più nascoste, da tacere, su cui non si dovrà discutere. Dalla modifica costituzionale, infatti, viene fuori un capo del governo, un premier, completamente nuovo, un capo che riceve l’investitura dal popolo, che non ha bisogno della fiducia della sua maggioranza, che nomina e revoca i suoi ministri a piacimento e che determina in tutto e per tutto l’attività del governo e dei ministri di cui è composto. Non è tutto, alcuni organi di garanzia come la Corte Costituzionale e il Consiglio Superiore della Magistratura risultano completamente snaturati, poiché diminuisce paurosamente il numero di componenti indipendenti che li compongono, a favore di quelli eletti dal governo.

Paura, eh? Dei politici, ovviamente; a noi basta votare “NO” al prossimo referendum per dormire sonni (un po’ più) tranquilli, c’è ancora la vecchia Costituzione che veglia su di noi.

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