Carte a confronto

Posted by Domenico Delle Side Wed, 14 Jun 2006 15:47:00 GMT

Ricevo e pubblico con piacere questo testo elaborato da Carolina, che mette a confronto le due versioni della Costituzione sulle quali siamo chiamati ad esprimerci i prossimi 25 e 26 giugno.

Cari amici, il 25 e il 26 giugno si potrà votare per confermare o meno, mediante referendum, le consistenti modifiche (50 articoli cambiati + 3 nuovi) apportate alla Costituzione dal vecchio Parlamento su iniziativa dell’allora Presidente del Consiglio. Data l’importanza dell’argomento – la Carta Costituzionale, come a suo tempo la Magna Charta, “non conosce sovrani”! – ho voluto documentarmi per evitare un voto “viscerale”. Ho letto entrambi i testi e propongo qui le riflessioni che mi sembrano più importanti.

  1. La rappresentanza. I parlamentari rappresentano ancora la Nazione ed esercitano sempre le funzioni “senza vincolo di mandato”. Cosa giusta, spesso ignorata nei comportamenti, ma valida comunque per tutti indistintamente. Tuttavia nella nuova camera dei deputati (unica perché l’attuale senato, pur fatto da eletti su base regionale, è soppresso), questi non godono degli stessi diritti. Solo i deputati appartenenti alla maggioranza possono votare la “sfiducia costruttiva”, evitare lo scioglimento delle camere e indicare un nuovo Primo Ministro da impegnare sul programma della maggioranza. I deputati dell’opposizione non hanno diritto di voto. Altro che rappresentare la Nazione!
  2. I poteri. Solo un buon equilibrio dei poteri è garanzia di un buon funzionamento delle istituzioni (persino nel gioco del poker non esiste una combinazione di carte sicuramente vincente!), ma nella nuova Carta si manifesta uno sbilanciamento rilevante. È la camera, e non viceversa, ad avere bisogno della fiducia del Primo Ministro; questi può imporre il suo scioglimento al Presidente della Repubblica, che perde l’autonomia di questa facoltà. Inoltre si profilano conflitti di competenza interni al potere legislativo, con l’istituzione del Senato Federale e la soppressione del sistema bicamerale. Ci saranno leggi varate della camera, dal senato, leggi bicamerali, leggi del senato modificate dal governo, proposte di modifica del senato a leggi della camera, commissioni e comitati paritetici per il contenzioso in materia… bella semplificazione! Altri squilibri derivano dal rafforzamento della componente politica del Consiglio Superiore della Magistratura e della Corte Costituzionale.
  3. La chiarezza. Ho sempre avuto caro il mio libricino 1095 collezione legale di Pirola con il testo della Costituzione. Un testo anche molto difficile, ma chiaro, molto più chiaro e sintetico delle leggi ordinarie, come ci si aspetta della Legge delle Leggi. Pensiamo a esempio alle nove parole dell’art. 70: “La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalla due camere”. Il nuovo art. 70, vi risparmio il testo, è fatta da 585 parole, con 11 rinvii a 9 diversi articoli della costituzione stessa, comma vari, e una serie di precisazioni e distinzioni, sempre all’insegna della semplicità, naturalmente!
  4. I valori. La Costituzione è per definizione una Legge che traduce i valori fondanti di una società in criteri generali che regolino la vita futura della collettività, al di là delle diverse situazioni contingenti che possano emergere. Sono valori vivi che tutelano i diritti e la libertà dei cittadini, senza discriminazioni di alcun tipo; sono valori universali e democratici pensati per il futuro di tutti. Nella nostra Carta essi ispirano in particolare la I parte, che apparentemente non verrebbe toccata dalle modifiche proposte. Ma è proprio vero? Nella passata legislatura ho assistito, abbiamo assistito, ad attacchi insistenti ai valori di solidarietà, anche internazionale, che hanno riferimenti in articoli della prima parte della Costituzione. I criteri di progressività del prelievo fiscale (art. 53), l’indipendenza e la laicità dello stato (articoli 7, 8, 19), gli ideali internazionali (art. 11) sono stati messi in discussione e con la concentrazione dei poteri nelle mani di una sola persona, sancita dall’elezione diretta e dalle modifiche oggi introdotte e non condivise né concordate con l’opposizione, risultano ancora più minacciati.
  5. L’anacronismo. Le prime critiche alla Carta Costituzionale: erano dettate dai disagi che viveva la Prima Repubblica, prima del crollo, ed erano conseguenze di difetti non necessariamente attribuibili alla Costituzione. Le critiche di allora erano: Esecutivo debole rispetto al Parlamento; troppi “inciuci” tra maggioranza e opposizione; troppe lungaggini ostruzionistiche e troppo potere di ricatto e di veto da parte di partiti e partitini. Oggi assistiamo all’opposto: il Parlamento soccombe davanti ai voti di fiducia al Governo e ai suoi maxi-emendamenti onnicomprensivi; la maggioranza nega con arroganza il dialogo con l’opposizione in nome di un’investitura ingiustificata (dalla Costituzione); i tempi dei lavori parlamentari sono regolati e contingentati in forma assai stretta e i partiti, i partiti basta guardare come sono ridotti… a caccia esasperata di consensi.
  6. La “devolution”. Con questo nome poco italiano e ancor meno lombardo viene presentata la modifica proposta. Il significato sembra essere quello di venire incontro alle esigenze di decentramento volute dalla Lega Nord di Bossi, con attribuzione di competenze alle regioni. Questo aspetto è presente, ma con un peso non paragonabile a quello dell’accentramento dei poteri già descritto. Sono ribadite le competenze regionali in materia di salute, istruzione e sicurezza (corpi armati), e a mio parere si affacciano pericoli di “dissolution” dello Stato (ricordate come è cominciato il crollo della Jugoslavia?). Si ha poi la certezza di un frastagliarsi di provvedimenti locali che renderanno meno omogenei alcuni diritti e servizi ai cittadini italiani. Più vicina all’idea di devolution era perfino la famigerata riforma del Titolo V operata unilateralmente dal centrosinistra (che brutto precedente!) che comunque, va ricordato, si basava sull’assenso espresso dall’allora opposizione su questi argomenti in commissione bicamerale (70 membri, tutte le componenti – Lega, FI, AN, UDC - rappresentate), prima dell’affossamento politico di questa.
  7. Il metodo. Basterebbe da solo a determinare una scelta. Se è vero che la Costituzione deve essere il riferimento normativo e valoriale per tutti, sembra logico che la sua elaborazione spetti a tutti (i rappresentanti in nome dei rappresentati) e che la sua approvazione debba essere la più ampia possibile. Così non è stato: le modifiche di oggi si devono all’attività redazionale di 4 persone di parte, mentre la Costituente del 1946-47 era composta da 556 rappresentanti di tutte le componenti; abbiamo assistito a una prova di forza ingiustificata, a una riforma costituzionale presentata come parte di un programma elettorale (inaudito) e all’esibizione dell’alibi fornito dal precedente della riforma unilaterale del Titolo V, fatta dal centro sinistra, di fronte a ragionevolissime obiezioni. (vedi punto 6). Sono convinta che fra tutte le contraddizioni del provvedimento, questa, di metodo sia anche la più importante e la più pesante. Una Costituzione non fondata sul contributo e sul consenso di tutte le componenti di una collettività è una contraddizione in termini, una negazione del concetto stesso di Costituzione. Non si vede in alcun modo come possa sostituirsi alla Carta che i Costituenti hanno elaborato con sforzi, discussioni e obiettivi di ben altra consistenza portata e lungimiranza. 8. Il condivisibile. Possibile che tutto vada male in questa riforma? Possibile, possibile, certamente possibile per il metodo. Detto questo, nel merito potrebbero esserci parti condivisibili. Personalmente ho trovato due elementi che meritano attenzione: la ri-attribuzione allo Stato di competenze importanti in materia di ordinamenti generali sulla tutela della salute, sicurezza su lavoro, distribuzione dell’energia e la riduzione del numero dei parlamentari, che viene presentata come meritoria forma di risparmio. Ciò potrebbe essere condivisibile, tuttavia sono oscuri i criteri adottati per questa riduzione, che in ogni caso dovrebbe diventare operativa dal 2016. Ci dovrebbe essere insomma tutto il tempo per poter approfondire e concordare il provvedimento in uno spirito costituzionalista. O no?

Per quanto sopra ho maturato la decisione di partecipare al referendum votando NO e augurandomi che ogni eventuale futura modifica costituzionale sia effettuata con spirito costituzionalista!

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Le mani avanti

Posted by Domenico Delle Side Tue, 23 May 2006 15:10:00 GMT

Attirare l’attenzione, abbaiare, sbraitare, avere sempre qualcosa da dire (anche se stupido): è questo il credo della nuova politica. Non che prima fosse meglio, fino a circa la metà degli anni ottanta siamo stati vittima del politichese più spinto, che è quell’arte retorica che consente di dar fiato alla bocca senza dir alcunché di concreto.

Dalla seconda metà degli anni ottanta, c’è stato un progressivo modificarsi della politica italiana, che è diventata via via sempre più televisiva, pur conservando sprazi di contatto diretto con le masse, ma che erano più che altro il retaggio culturale degli anni passati. Il nuovo politico era più spregiudicato e Craxi ne è stato un esempio.

Tutto è cambiato con l’elettroshock di tangentopoli, un’intera classe politica è stata messa in discussione e dalle sue ceneri è nato qualcosa di diverso, è nato un nuovo modo di far politica, tutto incentrato sull’io dei leader e sulla loro immagine. L’esempio più classico e scontato è Silvio Berlusconi, leader indiscusso ed indiscutibile di Forza Italia, il partito personale che ha creato per la sua personale crociata politica.

Di Berlusconi si è detto tanto e tanto si dirà ancora, pertanto si parlerà solo di un fenomeno recente del Cavaliere, emerso ed utilizzato solo nell’ultimo periodo, ovvero nel periodo pre-elettorale appena trascorso e nella puntata di ieri di Porta a Porta.

Nel clamore suscitato dalla discussa puntata di In Mezz’Ora, condotto da Lucia Annunziata, il nostro aveva annunciato il suo timore per dei supposti brogli elettorali: ”Temo che ci possano essere dei brogli: rientrano nella professionalità e nella storia della sinistra”. Nelle polemiche seguite alla trasmissione, a mio avviso, non è stato dato il giusto peso a tale dichiarazione, alla quale si è ribattuto senza entrare nel merito della stessa.

Nessuno, ad esempio, ha spiegato il perché di quella dichiarazione; è stata sostanzialmente sottovalutata e presa come una delle tante frasi sensazionalistiche pronunciate dal nostro eroe. Non si è capita, tuttavia, una cosa fondamentale, con quell’accusa Berlusconi preparava il terreno per contrastare la sua sconfitta elettorale.

Proviamo a vedere la questione in quest’ottica, verificando con i fatti che i conti tornino. Berlusconi era certo di perdere, infatti, nei mesi precedenti le elezioni, il suo governo ha approvato una nuova legge elettorale (definita porcata da uno dei suoi relatori, l’ex ministro Calderoli), che era tesa proprio a confondere l’esito del voto. Più volte, infatti, diversi esperti hanno messo in luce le falle di tale legge, che con il premio di maggioranza su base regionale al Senato avrebbe (ed infatti ha) portato all’ingovernabilità della camera in questione. In questo modo, Berlusconi ha limitato i danni della sua sconfitta, poiché grazie a questo porcellum la vittoria dell’Unione non è stata netta.

L’altro fattore che evidenzia l’intima convinzione Berlusconiana di perdere, è il modo in cui ha condotto la campagna elettorale; ha giocato il tutto per tutto, ha estremizzato ogni sua esternazione, ha esasperato i suoi toni, ha portato la scelta elettorale sul terreno della scelta personale tra lui e Prodi, si è aggrappato a tutti gli appigli (molti) che l’avversario gli ha concesso per creare paura, incertezza e dubbio nell’elettorato. Sembrava quasi un toro prima di un rodeo, imbestialito, imbizzarrito, sempre scalciante e rabbioso.

Berlusconi, dunque, era convinto di perdere pertanto ha buttato le mani avanti, ha sentenziato che una sua sconfitta sarebbe stata il risultato dei brogli elettorali cui è avezza la sinistra. La sconfitta si è puntualmente verificata e le sue precedenti affermazioni gli hanno dato il permesso di recriminare. Alle sue lagnanze è stato dato un peso inaudito poiché erano state profetizzate e l’impatto emozionale della sua protesta ne è risultato amplificato, tanto che milioni di persone erano e sono convinte che lui abbia ragione parlando di brogli.

Allo stesso modo, nella serata di ieri, il Cavaliere ha nuovamente fatto ricorso a questa sottile tecnica retorica. Nel ”vespasianoPorta a Porta, ha dichiarato di essere sicuro (portando a supporto delle sue affermazioni la solita selva di numeri da lotto, probabilmente venuti in sogno al suo fido Bonaiuti) che, ricontando i voti delle ultime politiche, il risultato elettorale cambierebbe; tuttavia – sempre stando a quanto dichiarato – ciò non avverà, poiché la sinistra sta occupando tutti i posti di potere. Ovviamente, il risultato elettorale non cambierà e lui avrà nuovamente la strada spianata per criticare, avendo profetizzato l’evento.

In soldoni, la tecnica è semplice: le mani avanti, per parare il culo.

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Quello che non viene detto

Posted by Domenico Delle Side Tue, 09 May 2006 05:26:00 GMT

Riporto alcune frasi di Bellachioma tratte dal libro Le mille balle blu di Marco Travaglio e Peter Gomez, edito da Bur:

«Voi ex democristiani mi avete rotto il cazzo, me lo hai rotto tu e il tuo segretario Follini. Basta con la vecchia politica. Conosco i vostri metodi da irresponsabili. Fate favori di qua e di là e poi raccogliete voti, ma io vi denuncio, non ve la caverete a buon mercato, vi faccio a pezzi. Io le televisioni le so usare e le userò. Chiaro? Mi avete rotto i coglioni. Non mi faccio massacrare due anni e mezzo per poi schiattare come un pollo cinese. Se andiamo avanti in questo modo ci stritolano, lo capite o no, affaristi che non siete altro?» (Invettiva pronunciata durante una verifica di governo. Fonte: Libero del 6 febbraio 2004).

«SB: Mi hai rotto i coglioni… Parliamo della par condicio: se non abbiamo vinto le elezioni, caro Follini, è colpa tua che non l’hai voluta abolire. MF: Io trasecolo. Credevo che dovessimo parlare dei problemi della maggioranza e del governo. SB: Non far finta di non capire, la par condicio è fondamentale. Capisco che tu non te ne renda conto, visto che sei già molto presente sulle reti Rai e Mediaset. MF: Sulle reti Mediasete ho avuto 42 secondi in un mese. SB: Non dire sciocchezze, la verità è che su Mediaset nessuno ti attacca mai. MF: Ci mancherebbe pure che mi attacchino. SB: Se continui così, te ne accorgerai. Vedrai come ti tratteranno le mie tv. MF: Voglio che sia chiaro a tutti che sono stato minacciato» (Alterco tra Silvio Berlusconi e Marco Follini in occasione di una verifica di governo, pubblicato in vari giornali del 12 luglio 2004).

Da entrambi si evince chiaramente ed oltre ogni ragionevole dubbio il rapporto del Berlusconi con le TV e cioè quello di un padrone che non ha mai abbandonato le sue proprietà, come vuol far credere. Non è un caso, infatti, l’utilizzo del possessivo “mie” nella seconda frase in grassetto; chi abbandona, lascia qualcosa, non lo userebbe, sia che questo abbandono sia forzato o meno. I fatti potrebbero essere altri, ovvero che il Cavaliere abbia solo abbandonato la guida delle sue tv, mentre di fatto continua ad esercitare su di loro la stessa influenza del passato.

Il motivo di questa manovra occulta è semplice: senza il suo video-potere, Berlusconi è un personaggio monco, uno pseudo-politico che non può esercitare il suo potere sulle menti acritiche dei tanti homo videns cui i suoi messaggi si rivolgono. B., infatti, è un personaggio televisivo, un preoccupante fenomeno da baraccone prestato alla politica, e nel suo agire si possono notare nettamente le caratteristiche della sua provenienza.

La televisione è il “luogo” in cui trionfano le stranezze; non ci si trovano mai le storie delle persone normali, ma solo estremi, sia che questi siano positivi o negativi. Non si troverà mai, ad esempio, la storia di un normale cittadino che esce dalla sua normale casa e fa un normale incidente. Diversa è la situazione, invece, in cui un cittadino particolare, che abita in una villa da mille ed una notte, faccia un incidente degno di una pista da macchine da scontro, con carambole, salti, auto che volano per aria, esplosioni. Nell’ultimo caso, la televisione darebbe ampio spazio all’evento.

B. segue lo stesso criterio nelle sue esternazioni, sapendo che le tv, non solo le sue, premiano il sensazionalismo, tutte le sue dichiarazioni sono esagerate, esasperate, portate alle estreme conseguenze, in modo da colpire il pubblico, di carpirne l’attenzione (e buona fede…). Il guaio con questo modo di fare è che non c’è bisogno di dire cose sensate, di dire verità; l’unica necessità è generare emozioni nel video-elettore.

B. è maestro nel mescolare il suo sensazionalismo con il populismo, anch’esso esasperato. Il “contratto con gli italiani” del 2001 è un fulgido esempio di questo suo modo di fare. In questo modo riesce a raggiungere tutti gli strati sociali e a toccarli nei loro interessi, nei loro bisogni, nelle loro necessità.

E’ chiaro, dunque, che il modo di fare di B. è quello del manipolatore, del persuasore occulto che sfrutta le tv per innondare gli elettori con i suoi messaggi ammalianti, come una sirena.

Diffidare di Berlusconi è un obbligo e un dovere morale.

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