Una storia italiana

Posted by Domenico Delle Side Sun, 04 Jun 2006 13:39:00 GMT

Salva la costituzione: Vota NO!Il 2 giugno 1946, data mitica nella storia Italiana, che ormai un po’ tutti ignorano, non solo si è scelta la forma istituzionale del nostro stato, ma è stato anche dato il via al processo democratico che avrebbe redatto la costituzione della nascente Repubblica Italiana. In quella data, infatti, con un evento del tutto eccezionale per la storia del nostro paese, uomini e donne maggiorenni (per l’epoca) votarono scegliendo tra repubblica e monarchia ed eleggendo 556 rappresentanti che avrebbero dato vita all’Assemblea Costituente.

I costituenti appena eletti si trovarono a dover operare senza aver grosse certezze, potevano fare affidamento solo su due punti saldi: la forma istituzionale, ovvero la repubblica ed il principio comune che univa il loro sentire: l’antifascismo. Si misero così a lavorare per un anno e mezzo circa, non senza problemi; non fu semplice, infatti, mettere d’accordo le varie anime di cui si componeva quell’assemblea, ma quegli uomini illuminati seppero condividere intenti e accordarsi in maniera lungimirante.

Il fascismo aveva rappresentato una grave ferita per l’Italia e per le coscienze dei suoi cittadini; quel ventennio, infatti, ha rappresentato una sconfitta dell’uomo, della società. Questa esperienza negativa era viva nelle menti dei vari Calamandrei, Terracini, Saragat; tutte persone che avevano vissuto il fascismo e ne erano state vittime. Per questo motivo, la nostra Costituzione è permeata di un senso di libertà ed al tempo stesso del desiderio imperativo di mantenerla. Entrando nel merito della forma dello Stato, per fare un esempio, il bicameralismo rappresenta una garanzia: per essere approvata, una legge deve superare l’esame delle due camere e con lo stesso testo. Se guardiamo al passato, questo non ha impedito l’approvazione delle leggi vergogna, ma pensate a cosa sarebbe potuto accadere se, invece, il capo del governo avesse potuto emanare leggi a suo piacimento.

Il risultato, dunque, del dibattito e del confronto di questi saggi costituenti è stato condensato negli articoli che compongono la nostra carta, che, a detta di numerosi giuristi e politologi, è quanto di meglio si possa osservare nel panorama istituzionale mondiale. A questo punto, è lecito chiedersi che bisogno ci fosse di modificarne il testo. Perché riscrivere qualcosa che era già ritenuto giusto?

Le scuse accampate, nel corso della storia, sono state tante. Quella dell’immobilismo istituzionale, ad esempio, è una colossale balla; chi ce la propina, in realtà, vuole soltanto svuotare la Costituzione delle sue forme di garanzia, in modo da aver vita facile. La cosa, a ben vedere, non ha colore politico, un po’ tutti i nostri rappresentanti-dipendenti vorrebbero poter fare il bello ed il cattivo tempo istituzionale a loro piacimento. Sarà forse per questo motivo che, a pochi giorni dal referendum confermativo della modifica costituzionale attuata a maggioranza dal governo Berlusconi, non si parla del voto, non c’è dibattito, non esiste contraddittorio. Eppure, tutti dovremmo avere l’interesse a non permettere che un’altra porcata del genere possa funestare la nostra vita.

Perché dei politici dovrebbero modificare una costituzione che, a 60 anni dalla sua approvazione, non è ancora stata del tutto messa in atto? La spiegazione potrebbe essere la paura, la paura che con l’attuazione questi onorevoli signori, insieme con i partiti che rappresentano, perdano il proprio potere. Stanno così le cose? Caliamoci per un attimo nei panni di questi loschi figuri e immaginiamo come si potrebbero comportare.

«Uhm… se questa cazzo di storia della costituzione va avanti lo prendiamo tutti nel culo… c’è bisogno di fare qualcosa». Ovviamente, il nostro politico quadratico medio non può dire apertamente quale sia la reltà, così deve appigliarsi a qualche argomento del tutto irrilevante, amplificarlo, convincere l’opinione pubblica che sia importante riuscendo in questo modo a confondere le acque per agire indisturbato. Il principio utilizzato è lo stesso che si può vedere nei film d’azione: un ladro, ad esempio, che voglia rubare un quadro in un museo, crea un diversivo che attiri l’attenzione altrove, guadagnandosi la possibilità di agire indisturbato.

«Bene, si può dire che la Costituzione sia vecchia e concepita male, che ingessa il lavoro dei governi, rallentando ogni riforma. E poi, c’è la storia del federalismo, posso sempre tirare fuori quella, se qualcosa va male». Ecco fatto! In nome dello snellimento governativo e della devolution si è dato un colpo di rasoio alla storia, effettuando modifiche che potrebbero rendere l’Italia uno stato totalitario. Uno stato totalitario? Cosa c’entra? Non si parlava di snellimento e devolution? Ci siamo immedesimati troppo nel ruolo del losco figuro e ci siamo dimenticati della paura di cui parlavamo.

Dicevamo che questo stratagemma serve a confondere le acque per poter attuare delle modifiche più nascoste, da tacere, su cui non si dovrà discutere. Dalla modifica costituzionale, infatti, viene fuori un capo del governo, un premier, completamente nuovo, un capo che riceve l’investitura dal popolo, che non ha bisogno della fiducia della sua maggioranza, che nomina e revoca i suoi ministri a piacimento e che determina in tutto e per tutto l’attività del governo e dei ministri di cui è composto. Non è tutto, alcuni organi di garanzia come la Corte Costituzionale e il Consiglio Superiore della Magistratura risultano completamente snaturati, poiché diminuisce paurosamente il numero di componenti indipendenti che li compongono, a favore di quelli eletti dal governo.

Paura, eh? Dei politici, ovviamente; a noi basta votare “NO” al prossimo referendum per dormire sonni (un po’ più) tranquilli, c’è ancora la vecchia Costituzione che veglia su di noi.

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