Posted by Domenico Delle Side
Wed, 16 Aug 2006 15:55:41 GMT
Ferie un corno! È è un periodo di duro lavoro, altro che ferie!
Essendo gli ultimi arrivati in un ufficio, capita spesso di dover lavorare mentre gli altri si divertono. Pazienza! Soprattutto alla luce del tempaccio di cui è stata vittima l’Italia; vorrà dire che quando io sarò in ferie, tutto andrà liscio e ci sarà un tempo stupendo…
Amen
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Posted by Domenico Delle Side
Sun, 02 Jul 2006 00:06:00 GMT
Capita certe volte che i politici facciano qualcosa di buono, è raro, ma accade. Può capitare anche che questo qualcosa avvenga nella propria terra d’origine, tanto amata, che non si cambierebbe con alcunché, facendo scattare un campanilismo esasperato.
Veniamo ai fatti. Ieri, il Consiglio Regionale pugliese ha approvato un disegno di legge in materia di politiche sociali (quelle che gli sicari della lingua di Dante chiamano sinteticamente welfare) che in sostanza apre l’accesso ad una serie di diritti alle coppie di fatto.
Il disegno, infatti, consente alle persone legate da vincoli solidaristici, e che vivono insieme di poter accedere ad una serie di servizi che prima erano riservati alle coppie sposate. Non si è dunque tolto qualcosa alle coppie tradizionali, ma lo si è solo dato a qualche persona in più. Persone, che per vari motivi non volevano o non potevano sposarsi, potranno finalmente ritornare ad essere cittadini di serie A, potranno vedere un po’ di rispetto per il loro sentimento.
Ovviamente, non sono mancate le proteste dell’opposizione di centro-destra, che si è fatta paladina del falso moralismo, additando a questa legge la distruzione della famiglia come intesa dalla Costituzione. E’ curioso che tiri in ballo la nostra Carta chi era intenzionato a distruggerla…
L’apice del moralismo becero e populista, tuttavia, si tocca quando questi signori del centro-destra pugliese dicono che questo disegno è un atto gravissimo, perché equipara la famiglia alle unioni civili di eterosessuali e persino gay. Oh, mon dieu! Gay! G-A-Y! Queste persone devono essere uscite da qualche libro dell’ottocento…
Mi piacerebbe chiedere ad uno di loro cosa dovrebbero fare due persone che si vogliono bene, a prescindere dal loro orientamento sessuale. Immagino già la risposta: il matrimonio.
Sono queste le cose che mi fanno rendere conto di quanto siano miopi alcuni politici. Supponiamo per un istante, per non fare scandalo nelle menti dei benpensanti, che i gay non esistano; viviamo in un’era di precariato, ci sono persone che lavorano con contratti a progetto giornalieri, persone che non sanno come arrivare a fine mese e si ha il coraggio di parlare di matrimonio?
Eh no, ci deve essere proprio qualcosa che non va nella testa della stragrande maggioranza dei politici. Troppo distacco della realtà, sembrano malati di una sorta di autismo collettivo, che li porta a vivere in una chiusura del reale, un minimondo riservato solo a loro.
A volte ci sono le eccezioni, rare, ma ci sono. Viva la Puglia!
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Posted by Domenico Delle Side
Tue, 27 Jun 2006 09:04:00 GMT
Non penso di fare un torto a qualcuno, riappropriandomi in parte di un modo dire che ci è stato rubato con la forza da più di dieci anni. In questi giorni di impegno civile e politico, in questi giorni di mondiali di calcio, più di una volta ho sentito il bisogno di celebrare il mio paese, di incitarlo alla scelta giusta, ma mi fermavo all’improvviso, ricordandomi di dover scegliere accuratamente l’urlo da utilizzare.Mi sento un po’ Fonzie di Happy Days, che non riusciva a pronunciare la frase «Ho sbagliato»; a me accade altrettanto quando vado a pronunciare «Forza Italia» (anche scriverlo, ora, è stata un’impresa…).
Oggi è diverso, oggi si può fare uno strappo perché quella di ieri è stata una giornata da ricordare, una giornata speciale in cui l’Italia ha vinto e lo ha fatto su più fronti. Ha vinto nel calcio, purtroppo senza convincere ed emozionare, ed ha soprattutto vinto esprimendo il suo no ad una riforma costituzionale indegna.
Il pericolo, il rischio sono stati altissimi; in caso di una vittoria del si, saremmo stati sull’orlo di un ritorno al fascismo, nella sua versione moderna: la telecrazia. Gli italiani, fortunatamente, hanno espresso il loro sonoro no ed hanno così allontanato le ombre.
Per natura sono diffidente e non mi spiego come mai, dopo delle elezioni politiche incerte come le ultime, il risultato referendario sia stato così netto. D’accordo, quello di un referendum non è un voto politico, ma un voto da fare secondo coscienza; tuttavia mi sarei aspettato un risultato più combattuto, in cui si e no avessero battagliato per prevalere l’uno sull’altro.
Questo no mi puzza. Sia chiaro, non ci vedo brogli, quelli li vede solo il cavaliere con l’ausilio dei suoi compari; tuttavia mi sembra strano che gli italiani, ben 15 milioni di italiani, siano stati così decisi. Il timore è che la telecrazia non ci abbia abbandonati, ma abbia soltanto cambiato padrone. È prematuro affermare qualcosa del genere, soprattutto visto il potere mediatico dell’altra parte, ma non credo alle improvise prese di coscienza del popolo italiano. Come è possibile che in così poco tempo un popolo cambi radicalmente le sue vedute?
Il dubbio rimane, ma è un giorno speciale, perciò preferisco godermi le vittorie; almeno per oggi preferisco stare con il sorriso beato, sorriso che aumenta sempre più leggendo le dichiarazioni dei vari Berlusconi, Bondi, Cicchitto e soci.
Solo qualche giorno addietro, il cavaliere ha dichiarato al GR1: «Votare Sì per dare una lezione al governo Prodi, al governo con undici ministri comunisti, in cui ci sono ministri che vanno in piazza assieme ai centri sociali e con gli omosessuali, che mettono ex terroristi a capo delle commissioni parlamentari e che rappresentano il partito delle tasse». Cosa aspettarsi a questo punto se non una dichiarazione di un suo scudiero che, a risultato ottenuto, minimizzi la sconfitta e neghi quanto detto dal capo? Puntuale, infatti, arriva il prode Osvaldo Napoli, che dice: «La vittoria del no, netta e indiscutibile, non e’ la vittoria del governo e non coincide neppure con la sconfitta della Cdl … Una simile analisi avrebbe presupposto una strumentalizzazione del voto referendario che non c’e’ mai stata da parte della Cdl…».
La vetta più alta, però, si raggiunge con il saggio Bondi, che in una sorta di liberazione a metà tra il rutto e la scorreggia afferma: «Il risultato del referendum impone una riflessione su due questioni decisive per il futuro del Paese: la prima riguarda le ragioni per le quali il Mezzogiorno non ha compreso la validita’ e la necessita’ anche per il Sud della riforma costituzionale; la seconda riguarda il crescente divario del Nord rispetto al resto d’Italia, una divaricazione che pone una questione politica nazionale che nessuno puo’ ignorare. Solo la Casa delle Liberta’ (come dimostrano le prime reazioni della sinistra) ha la possibilita’ di tenere insieme questi diversi fili nel quadro di un progetto politico di cambiamento e di rinnovamento dell’Italia».
La traduzione di questa affermazione non è un compito semplice, i messaggi sono ben nascosti e piuttosto aulici, ma il significato non dovrebbe essere lontano da: «Al sud non capiscono un cazzo; noi del nord ce li dobbiamo togliere dai coglioni e solo la CdL può riuscire in questa impresa».
Sorrido, sorrido beato, ma mi rendo conto che il pericolo sia solo scampato, non annulato del tutto.
Posted in Ipse Dixit, Malapolitica, Opinioni | Tags berlusconi, bondi, cicchitto, costituzione, dichiarazioni, referendum | no comments
Posted by Domenico Delle Side
Wed, 14 Jun 2006 15:47:00 GMT
Ricevo e pubblico con piacere questo testo elaborato da Carolina, che mette a confronto le due versioni della Costituzione sulle quali siamo chiamati ad esprimerci i prossimi 25 e 26 giugno.
Cari amici, il 25 e il 26 giugno si potrà votare per confermare o meno,
mediante referendum, le consistenti modifiche (50 articoli cambiati + 3
nuovi) apportate alla Costituzione dal vecchio Parlamento su iniziativa
dell’allora Presidente del Consiglio. Data l’importanza dell’argomento – la
Carta Costituzionale, come a suo tempo la Magna Charta, “non conosce
sovrani”! – ho voluto documentarmi per evitare un voto “viscerale”. Ho
letto entrambi i testi e propongo qui le riflessioni che mi sembrano più
importanti.
- La rappresentanza. I parlamentari rappresentano ancora la Nazione
ed esercitano sempre le funzioni “senza vincolo di mandato”. Cosa giusta,
spesso ignorata nei comportamenti, ma valida comunque per tutti
indistintamente. Tuttavia nella nuova camera dei deputati (unica perché
l’attuale senato, pur fatto da eletti su base regionale, è soppresso),
questi non godono degli stessi diritti. Solo i deputati appartenenti alla
maggioranza possono votare la “sfiducia costruttiva”, evitare lo
scioglimento delle camere e indicare un nuovo Primo Ministro da impegnare
sul programma della maggioranza. I deputati dell’opposizione non hanno
diritto di voto. Altro che rappresentare la Nazione!
- I poteri. Solo un buon equilibrio dei poteri è garanzia di un buon
funzionamento delle istituzioni (persino nel gioco del poker non esiste una
combinazione di carte sicuramente vincente!), ma nella nuova Carta si
manifesta uno sbilanciamento rilevante. È la camera, e non viceversa, ad
avere bisogno della fiducia del Primo Ministro; questi può imporre il suo
scioglimento al Presidente della Repubblica, che perde l’autonomia di questa
facoltà. Inoltre si profilano conflitti di competenza interni al potere
legislativo, con l’istituzione del Senato Federale e la soppressione del
sistema bicamerale. Ci saranno leggi varate della camera, dal senato, leggi
bicamerali, leggi del senato modificate dal governo, proposte di modifica
del senato a leggi della camera, commissioni e comitati paritetici per il
contenzioso in materia… bella semplificazione! Altri squilibri derivano dal
rafforzamento della componente politica del Consiglio Superiore della
Magistratura e della Corte Costituzionale.
- La chiarezza. Ho sempre avuto caro il mio libricino 1095 collezione
legale di Pirola con il testo della Costituzione. Un testo anche molto
difficile, ma chiaro, molto più chiaro e sintetico delle leggi ordinarie,
come ci si aspetta della Legge delle Leggi. Pensiamo a esempio alle nove
parole dell’art. 70: “La funzione legislativa è esercitata collettivamente
dalla due camere”. Il nuovo art. 70, vi risparmio il testo, è fatta da 585
parole, con 11 rinvii a 9 diversi articoli della costituzione stessa, comma
vari, e una serie di precisazioni e distinzioni, sempre all’insegna della
semplicità, naturalmente!
- I valori. La Costituzione è per definizione una Legge che traduce i
valori fondanti di una società in criteri generali che regolino la vita
futura della collettività, al di là delle diverse situazioni contingenti che
possano emergere. Sono valori vivi che tutelano i diritti e la libertà dei
cittadini, senza discriminazioni di alcun tipo; sono valori universali e
democratici pensati per il futuro di tutti. Nella nostra Carta essi ispirano
in particolare la I parte, che apparentemente non verrebbe toccata dalle
modifiche proposte. Ma è proprio vero? Nella passata legislatura ho
assistito, abbiamo assistito, ad attacchi insistenti ai valori di
solidarietà, anche internazionale, che hanno riferimenti in articoli della
prima parte della Costituzione. I criteri di progressività del prelievo
fiscale (art. 53), l’indipendenza e la laicità dello stato (articoli 7, 8,
19), gli ideali internazionali (art. 11) sono stati messi in discussione e
con la concentrazione dei poteri nelle mani di una sola persona, sancita
dall’elezione diretta e dalle modifiche oggi introdotte e non condivise né
concordate con l’opposizione, risultano ancora più minacciati.
- L’anacronismo. Le prime critiche alla Carta Costituzionale: erano
dettate dai disagi che viveva la Prima Repubblica, prima del crollo, ed
erano conseguenze di difetti non necessariamente attribuibili alla
Costituzione. Le critiche di allora erano: Esecutivo debole rispetto al
Parlamento; troppi “inciuci” tra maggioranza e opposizione; troppe
lungaggini ostruzionistiche e troppo potere di ricatto e di veto da parte di
partiti e partitini. Oggi assistiamo all’opposto: il Parlamento soccombe
davanti ai voti di fiducia al Governo e ai suoi maxi-emendamenti
onnicomprensivi; la maggioranza nega con arroganza il dialogo con
l’opposizione in nome di un’investitura ingiustificata (dalla
Costituzione); i tempi dei lavori parlamentari sono regolati e contingentati
in forma assai stretta e i partiti, i partiti basta guardare come sono
ridotti… a caccia esasperata di consensi.
- La “devolution”. Con questo nome poco italiano e ancor meno
lombardo viene presentata la modifica proposta. Il significato sembra essere
quello di venire incontro alle esigenze di decentramento volute dalla Lega
Nord di Bossi, con attribuzione di competenze alle regioni. Questo aspetto è
presente, ma con un peso non paragonabile a quello dell’accentramento dei
poteri già descritto. Sono ribadite le competenze regionali in materia di
salute, istruzione e sicurezza (corpi armati), e a mio parere si affacciano
pericoli di “dissolution” dello Stato (ricordate come è cominciato il crollo
della Jugoslavia?). Si ha poi la certezza di un frastagliarsi di
provvedimenti locali che renderanno meno omogenei alcuni diritti e servizi
ai cittadini italiani. Più vicina all’idea di devolution era perfino la
famigerata riforma del Titolo V operata unilateralmente dal centrosinistra
(che brutto precedente!) che comunque, va ricordato, si basava sull’assenso
espresso dall’allora opposizione su questi argomenti in commissione
bicamerale (70 membri, tutte le componenti – Lega, FI, AN, UDC -
rappresentate),
prima dell’affossamento politico di questa.
- Il metodo. Basterebbe da solo a determinare una scelta. Se è vero
che la Costituzione deve essere il riferimento normativo e valoriale per
tutti, sembra logico che la sua elaborazione spetti a tutti (i
rappresentanti in nome dei rappresentati) e che la sua approvazione debba
essere la più ampia possibile. Così non è stato: le modifiche di oggi si
devono all’attività redazionale di 4 persone di parte, mentre la Costituente
del 1946-47 era composta da 556 rappresentanti di tutte le
componenti; abbiamo assistito a una prova di forza ingiustificata, a una
riforma costituzionale presentata come parte di un programma elettorale
(inaudito) e all’esibizione dell’alibi fornito dal precedente della riforma
unilaterale del Titolo V, fatta dal centro sinistra, di fronte a
ragionevolissime obiezioni. (vedi punto 6). Sono convinta che fra tutte le
contraddizioni del provvedimento, questa, di metodo sia anche la più
importante e la più pesante. Una Costituzione non fondata sul contributo e
sul consenso di tutte le componenti di una collettività è una contraddizione
in termini, una negazione del concetto stesso di Costituzione. Non si vede
in alcun modo come possa sostituirsi alla Carta che i Costituenti hanno
elaborato con sforzi, discussioni e obiettivi di ben altra consistenza
portata e lungimiranza.
8. Il condivisibile. Possibile che tutto vada male in questa riforma?
Possibile, possibile, certamente possibile per il metodo. Detto questo, nel
merito potrebbero esserci parti condivisibili. Personalmente ho trovato due
elementi che meritano attenzione: la ri-attribuzione allo Stato di
competenze importanti in materia di ordinamenti generali sulla tutela della
salute, sicurezza su lavoro, distribuzione dell’energia e la riduzione del
numero dei parlamentari, che viene presentata come meritoria forma di
risparmio. Ciò potrebbe essere condivisibile, tuttavia sono oscuri i
criteri adottati per questa riduzione, che in ogni caso dovrebbe diventare
operativa dal 2016. Ci dovrebbe essere insomma tutto il tempo per poter
approfondire e concordare il provvedimento in uno spirito costituzionalista.
O no?
Per quanto sopra ho maturato la decisione di partecipare al referendum
votando NO e augurandomi che ogni eventuale futura modifica costituzionale
sia effettuata con spirito costituzionalista!
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Posted by Domenico Delle Side
Sun, 04 Jun 2006 13:39:00 GMT
Il 2 giugno 1946, data mitica nella storia Italiana, che ormai un po’ tutti ignorano, non solo si è scelta la forma istituzionale del nostro stato, ma è stato anche dato il via al processo democratico che avrebbe redatto la costituzione della nascente Repubblica Italiana. In quella data, infatti, con un evento del tutto eccezionale per la storia del nostro paese, uomini e donne maggiorenni (per l’epoca) votarono scegliendo tra repubblica e monarchia ed eleggendo 556 rappresentanti che avrebbero dato vita all’Assemblea Costituente.
I costituenti appena eletti si trovarono a dover operare senza aver grosse certezze, potevano fare affidamento solo su due punti saldi: la forma istituzionale, ovvero la repubblica ed il principio comune che univa il loro sentire: l’antifascismo. Si misero così a lavorare per un anno e mezzo circa, non senza problemi; non fu semplice, infatti, mettere d’accordo le varie anime di cui si componeva quell’assemblea, ma quegli uomini illuminati seppero condividere intenti e accordarsi in maniera lungimirante.
Il fascismo aveva rappresentato una grave ferita per l’Italia e per le coscienze dei suoi cittadini; quel ventennio, infatti, ha rappresentato una sconfitta dell’uomo, della società. Questa esperienza negativa era viva nelle menti dei vari Calamandrei, Terracini, Saragat; tutte persone che avevano vissuto il fascismo e ne erano state vittime. Per questo motivo, la nostra Costituzione è permeata di un senso di libertà ed al tempo stesso del desiderio imperativo di mantenerla. Entrando nel merito della forma dello Stato, per fare un esempio, il bicameralismo rappresenta una garanzia: per essere approvata, una legge deve superare l’esame delle due camere e con lo stesso testo. Se guardiamo al passato, questo non ha impedito l’approvazione delle leggi vergogna, ma pensate a cosa sarebbe potuto accadere se, invece, il capo del governo avesse potuto emanare leggi a suo piacimento.
Il risultato, dunque, del dibattito e del confronto di questi saggi costituenti è stato condensato negli articoli che compongono la nostra carta, che, a detta di numerosi giuristi e politologi, è quanto di meglio si possa osservare nel panorama istituzionale mondiale. A questo punto, è lecito chiedersi che bisogno ci fosse di modificarne il testo. Perché riscrivere qualcosa che era già ritenuto giusto?
Le scuse accampate, nel corso della storia, sono state tante. Quella dell’immobilismo istituzionale, ad esempio, è una colossale balla; chi ce la propina, in realtà, vuole soltanto svuotare la Costituzione delle sue forme di garanzia, in modo da aver vita facile. La cosa, a ben vedere, non ha colore politico, un po’ tutti i nostri rappresentanti-dipendenti vorrebbero poter fare il bello ed il cattivo tempo istituzionale a loro piacimento. Sarà forse per questo motivo che, a pochi giorni dal referendum confermativo della modifica costituzionale attuata a maggioranza dal governo Berlusconi, non si parla del voto, non c’è dibattito, non esiste contraddittorio. Eppure, tutti dovremmo avere l’interesse a non permettere che un’altra porcata del genere possa funestare la nostra vita.
Perché dei politici dovrebbero modificare una costituzione che, a 60 anni dalla sua approvazione, non è ancora stata del tutto messa in atto? La spiegazione potrebbe essere la paura, la paura che con l’attuazione questi onorevoli signori, insieme con i partiti che rappresentano, perdano il proprio potere. Stanno così le cose? Caliamoci per un attimo nei panni di questi loschi figuri e immaginiamo come si potrebbero comportare.
«Uhm… se questa cazzo di storia della costituzione va avanti lo prendiamo tutti nel culo… c’è bisogno di fare qualcosa». Ovviamente, il nostro politico quadratico medio non può dire apertamente quale sia la reltà, così deve appigliarsi a qualche argomento del tutto irrilevante, amplificarlo, convincere l’opinione pubblica che sia importante riuscendo in questo modo a confondere le acque per agire indisturbato. Il principio utilizzato è lo stesso che si può vedere nei film d’azione: un ladro, ad esempio, che voglia rubare un quadro in un museo, crea un diversivo che attiri l’attenzione altrove, guadagnandosi la possibilità di agire indisturbato.
«Bene, si può dire che la Costituzione sia vecchia e concepita male, che ingessa il lavoro dei governi, rallentando ogni riforma. E poi, c’è la storia del federalismo, posso sempre tirare fuori quella, se qualcosa va male». Ecco fatto! In nome dello snellimento governativo e della devolution si è dato un colpo di rasoio alla storia, effettuando modifiche che potrebbero rendere l’Italia uno stato totalitario. Uno stato totalitario? Cosa c’entra? Non si parlava di snellimento e devolution? Ci siamo immedesimati troppo nel ruolo del losco figuro e ci siamo dimenticati della paura di cui parlavamo.
Dicevamo che questo stratagemma serve a confondere le acque per poter attuare delle modifiche più nascoste, da tacere, su cui non si dovrà discutere. Dalla modifica costituzionale, infatti, viene fuori un capo del governo, un premier, completamente nuovo, un capo che riceve l’investitura dal popolo, che non ha bisogno della fiducia della sua maggioranza, che nomina e revoca i suoi ministri a piacimento e che determina in tutto e per tutto l’attività del governo e dei ministri di cui è composto. Non è tutto, alcuni organi di garanzia come la Corte Costituzionale e il Consiglio Superiore della Magistratura
risultano completamente snaturati, poiché diminuisce paurosamente il numero di componenti indipendenti che li compongono, a favore di quelli eletti dal governo.
Paura, eh? Dei politici, ovviamente; a noi basta votare “NO” al prossimo referendum per dormire sonni (un po’ più) tranquilli, c’è ancora la vecchia Costituzione che veglia su di noi.
Posted in Malapolitica, Opinioni, Fondamenta | Tags 25, antifascismo, costituzione, giugno, NO, referendum | no comments
Posted by Domenico Delle Side
Mon, 29 May 2006 22:12:00 GMT
Per certe persone, l’indecenza non conosce un limite; ora starete già pensando che si parli del cavaliere, ma no, non è questo il caso. Questa volta l’illuminato è il direttore de La Padania, Gianluigi Paragone, che ha proposto come nuovo senatore a vita (visto che ne manca uno per completare la formazione) niente meno che, rullo di tamburi, Umberto Bossi!
Rinfreschiamoci la memoria: un senatore a vita viene ordinato dal presidente della Repubblica ed è scelto tra i cittadini che, nel corso della propria vita, si sono distinti per meriti politici, culturali, scientifici o artistici, dando così lustro all’Italia. E’ sicuramente il caso di Bossi: i suoi “Roma ladrona!” hanno senza ombra di dubbio lustrato l’immagine del bel paese.
Se ci fosse un secondo termine, sarebbe proprio il caso di dire che il Paragone non regge.
Posted in Ipse Dixit, Malapolitica, Opinioni | Tags idiozie, ladrona, Lega, padania, roma, senatori | no comments
Posted by Domenico Delle Side
Tue, 23 May 2006 15:10:00 GMT
Attirare l’attenzione, abbaiare, sbraitare, avere sempre qualcosa da dire
(anche se stupido): è questo il credo della nuova politica. Non che prima fosse
meglio, fino a circa la metà degli anni ottanta siamo stati vittima del
politichese più spinto, che è quell’arte retorica che consente di dar fiato alla
bocca senza dir alcunché di concreto.
Dalla seconda metà degli anni ottanta, c’è stato un progressivo modificarsi
della politica italiana, che è diventata via via sempre più televisiva, pur
conservando sprazi di contatto diretto con le masse, ma che erano più che altro
il retaggio culturale degli anni passati. Il nuovo politico era più
spregiudicato e Craxi ne è stato un esempio.
Tutto è cambiato con l’elettroshock di tangentopoli, un’intera classe
politica è stata messa in discussione e dalle sue ceneri è nato qualcosa di
diverso, è nato un nuovo modo di far politica, tutto incentrato sull’io dei
leader e sulla loro immagine. L’esempio più classico e scontato è Silvio
Berlusconi, leader indiscusso ed indiscutibile di Forza Italia, il
partito personale che ha creato per la sua personale crociata politica.
Di Berlusconi si è detto tanto e tanto si dirà ancora, pertanto si parlerà
solo di un fenomeno recente del Cavaliere, emerso ed utilizzato solo nell’ultimo
periodo, ovvero nel periodo pre-elettorale appena trascorso e nella puntata di
ieri di Porta a Porta.
Nel clamore suscitato dalla discussa puntata
di In Mezz’Ora, condotto da Lucia Annunziata, il nostro aveva
annunciato il suo timore per dei supposti brogli elettorali: ”Temo che ci
possano essere dei brogli: rientrano nella professionalità e nella storia della
sinistra”. Nelle polemiche seguite alla trasmissione, a mio avviso, non è
stato dato il giusto peso a tale dichiarazione, alla quale si è ribattuto senza
entrare nel merito della stessa.
Nessuno, ad esempio, ha spiegato il perché di quella dichiarazione; è stata
sostanzialmente sottovalutata e presa come una delle tante frasi
sensazionalistiche pronunciate dal nostro eroe. Non si è capita, tuttavia, una cosa
fondamentale, con quell’accusa Berlusconi preparava il terreno per
contrastare la sua sconfitta elettorale.
Proviamo a vedere la questione in quest’ottica, verificando con i fatti
che i conti tornino. Berlusconi era certo di perdere, infatti, nei mesi
precedenti le elezioni, il suo governo ha approvato una nuova legge elettorale (definita porcata
da uno dei suoi relatori, l’ex ministro Calderoli), che era tesa proprio a
confondere l’esito del voto. Più volte, infatti, diversi esperti hanno messo in
luce le falle
di tale legge, che con il premio di maggioranza su base regionale al Senato
avrebbe (ed infatti ha) portato all’ingovernabilità della camera in questione.
In questo modo, Berlusconi ha limitato i danni della sua sconfitta, poiché
grazie a questo porcellum la vittoria dell’Unione non è stata
netta.
L’altro fattore che evidenzia l’intima convinzione Berlusconiana di perdere,
è il modo in cui ha condotto la campagna elettorale; ha giocato il tutto per
tutto, ha estremizzato ogni sua esternazione, ha esasperato i suoi toni, ha
portato la scelta elettorale sul terreno della scelta personale tra lui e Prodi,
si è aggrappato a tutti gli appigli (molti) che l’avversario gli ha concesso per
creare paura, incertezza e dubbio nell’elettorato. Sembrava quasi un toro prima
di un rodeo, imbestialito, imbizzarrito, sempre scalciante e rabbioso.
Berlusconi, dunque, era convinto di perdere pertanto ha buttato le
mani avanti, ha sentenziato che una sua sconfitta sarebbe stata il
risultato dei brogli elettorali cui è avezza la sinistra. La sconfitta si è
puntualmente verificata e le sue precedenti affermazioni gli hanno dato il
permesso di recriminare. Alle sue lagnanze è stato dato un peso inaudito poiché
erano state profetizzate e l’impatto emozionale della sua protesta ne è
risultato amplificato, tanto che milioni di persone erano e sono convinte che
lui abbia ragione parlando di brogli.
Allo stesso modo, nella serata di ieri, il Cavaliere ha nuovamente fatto ricorso a questa sottile tecnica retorica. Nel ”vespasiano” Porta a Porta, ha dichiarato di essere sicuro (portando a supporto delle sue affermazioni la solita selva di numeri da lotto, probabilmente venuti in sogno al suo fido Bonaiuti) che, ricontando i voti delle ultime politiche, il risultato elettorale cambierebbe; tuttavia – sempre stando a quanto dichiarato – ciò non avverà, poiché la sinistra sta occupando tutti i posti di potere. Ovviamente, il risultato elettorale non cambierà e lui avrà nuovamente la strada spianata per criticare, avendo profetizzato l’evento.
In soldoni, la tecnica è semplice: le mani avanti, per parare il culo.
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Posted by Domenico Delle Side
Tue, 16 May 2006 14:05:00 GMT
Il nostro caro B. ci ha deliziati negli ultimi anni con i suoi sogni (o follie, a seconda dei punti di vista); tra questi, uno dei più ripetuti e sottovalutati è l’idea dello stato-azienda. Secondo quanto detto dal nostro, dunque, l’Italia sarebbe un società di capitali, resterebbe solo da chiarirne il tipo.
Pur mantenendo delle regioni di contatto, ovvero dei punti in cui la similitudine regge, quello che dovrebbe balzare agli occhi è che gli scopi di stato ed azienda sono differenti. Un’azienda, infatti, ha come obiettivo quello di produrre utili; lo stato, invece, è un ente che ha come scopo il benessere dei propri cittadini. Le due entità, dunque, perseguono fini differenti che non sempre sono sovrapponibili, principalmente perché un’azienda non ha alcuna etica da rispettare.
Ricordo chiaramente le parole del Nobel per l’economia Milton Friedman, secondo il quale un’azienda non dovrebbe impegnarsi nel sociale, a meno che non lo faccia specificatamente per carpire la fiducia delle persone (ovvero i suoi potenziali “clienti”). Friedman spiegava la cosa dicendo che una società di capitali non ha alcun interesse per lo stato di salute della società civile, a meno che questo non coincida con i suoi affari; solo in questo caso, infatti, avrebbe un ritorno da questo tipo impegno, che è visto dunque come un investimento che dovrà produrre i suoi frutti in termini economici.
Tradotto in parole più semplici, il pensiero di Friedman non fa altro che confermare quanto sostenuto in precedenza, ovvero che un’azienda ignori cosa sia l’etica, poiché esclusivamente votata a perseguire il suo profitto. Trasportare questo principio in un stato è grave, poiché uno stato è essenzialmente etica. Per intenderci, per uno stato è lecito spendere dei soldi senza avere un utile economico di ritorno, poiché ha come primo obiettivo il benessere dei propri cittadini. Lo stesso discorso non andrebbe bene per una società per azioni, ad esempio.
Lo stato-azienda, pertanto, è una pericolosa accozzaglia di populismo ed eversione, poiché è il prodotto di una cultura priva di morale, una cultura che non pone al centro di sè stessa l’uomo, ma il denaro, il potere e che giustifica qualunque cosa pur di raggiungere o mantenere il potere e le ricchezze.
Questa è l’eredità sociale di 5 anni di governo Berlusconi, ovvero una società civile ridotta ai minimi termini, ridotta ad un marasma di interessi in lotta per prevalere. A volte, tutto ciò viene giustificato ricordando Machiavelli e la sua frase (che poi sua non è…) secondo la quale «il fine giustifica i mezzi», ma a ben vedere anche questa è una delle più grandi bugie propinate al genere umano. La realtà è che mezzi barbari imbarbariscono qualsiasi fine, per quanto nobile esso sia.
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Posted by Domenico Delle Side
Tue, 09 May 2006 05:26:00 GMT
Riporto alcune frasi di Bellachioma tratte dal libro Le mille balle blu di Marco Travaglio e Peter Gomez, edito da Bur:
«Voi ex democristiani mi avete rotto il cazzo, me lo hai rotto tu e il tuo segretario Follini. Basta con la vecchia politica. Conosco i vostri metodi da irresponsabili. Fate favori di qua e di là e poi raccogliete voti, ma io vi denuncio, non ve la caverete a buon mercato, vi faccio a pezzi. Io le televisioni le so usare e le userò. Chiaro? Mi avete rotto i coglioni. Non mi faccio massacrare due anni e mezzo per poi schiattare come un pollo cinese. Se andiamo avanti in questo modo ci stritolano, lo capite o no, affaristi che non siete altro?» (Invettiva pronunciata durante una verifica di governo. Fonte: Libero del 6 febbraio 2004).
«SB: Mi hai rotto i coglioni… Parliamo della par condicio: se non abbiamo vinto le elezioni, caro Follini, è colpa tua che non l’hai voluta abolire. MF: Io trasecolo. Credevo che dovessimo parlare dei problemi della maggioranza e del governo. SB: Non far finta di non capire, la par condicio è fondamentale. Capisco che tu non te ne renda conto, visto che sei già molto presente sulle reti Rai e Mediaset. MF: Sulle reti Mediasete ho avuto 42 secondi in un mese. SB: Non dire sciocchezze, la verità è che su Mediaset nessuno ti attacca mai. MF: Ci mancherebbe pure che mi attacchino. SB: Se continui così, te ne accorgerai. Vedrai come ti tratteranno le mie tv. MF: Voglio che sia chiaro a tutti che sono stato minacciato» (Alterco tra Silvio Berlusconi e Marco Follini in occasione di una verifica di governo, pubblicato in vari giornali del 12 luglio 2004).
Da entrambi si evince chiaramente ed oltre ogni ragionevole dubbio il rapporto del Berlusconi con le TV e cioè quello di un padrone che non ha mai abbandonato le sue proprietà, come vuol far credere. Non è un caso, infatti, l’utilizzo del possessivo “mie” nella seconda frase in grassetto; chi abbandona, lascia qualcosa, non lo userebbe, sia che questo abbandono sia forzato o meno. I fatti potrebbero essere altri, ovvero che il Cavaliere abbia solo abbandonato la guida delle sue tv, mentre di fatto continua ad esercitare su di loro la stessa influenza del passato.
Il motivo di questa manovra occulta è semplice: senza il suo video-potere, Berlusconi è un personaggio monco, uno pseudo-politico che non può esercitare il suo potere sulle menti acritiche dei tanti homo videns cui i suoi messaggi si rivolgono. B., infatti, è un personaggio televisivo, un preoccupante fenomeno da baraccone prestato alla politica, e nel suo agire si possono notare nettamente le caratteristiche della sua provenienza.
La televisione è il “luogo” in cui trionfano le stranezze; non ci si trovano mai le storie delle persone normali, ma solo estremi, sia che questi siano positivi o negativi. Non si troverà mai, ad esempio, la storia di un normale cittadino che esce dalla sua normale casa e fa un normale incidente. Diversa è la situazione, invece, in cui un cittadino particolare, che abita in una villa da mille ed una notte, faccia un incidente degno di una pista da macchine da scontro, con carambole, salti, auto che volano per aria, esplosioni. Nell’ultimo caso, la televisione darebbe ampio spazio all’evento.
B. segue lo stesso criterio nelle sue esternazioni, sapendo che le tv, non solo le sue, premiano il sensazionalismo, tutte le sue dichiarazioni sono esagerate, esasperate, portate alle estreme conseguenze, in modo da colpire il pubblico, di carpirne l’attenzione (e buona fede…). Il guaio con questo modo di fare è che non c’è bisogno di dire cose sensate, di dire verità; l’unica necessità è generare emozioni nel video-elettore.
B. è maestro nel mescolare il suo sensazionalismo con il populismo, anch’esso esasperato. Il “contratto con gli italiani” del 2001 è un fulgido esempio di questo suo modo di fare. In questo modo riesce a raggiungere tutti gli strati sociali e a toccarli nei loro interessi, nei loro bisogni, nelle loro necessità.
E’ chiaro, dunque, che il modo di fare di B. è quello del manipolatore, del persuasore occulto che sfrutta le tv per innondare gli elettori con i suoi messaggi ammalianti, come una sirena.
Diffidare di Berlusconi è un obbligo e un dovere morale.
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Posted by Domenico Delle Side
Sun, 07 May 2006 23:53:00 GMT
Sembrerà strano, ma il clamore suscitato dalla prossima elezione del nuovo presidente della Repubblica mi ha fatto tornare alla mente uno degli aspetti che ha allietato la mia fanciullezza. Fino ai 10 anni ho sempre acquistato l’album dei calciatori, quello storico, mitico della Panini e ci giocavo assieme agli amici.
Non c’erano ancora i vari Del Piero o Adriano, ai tempi si parlava di Gullit, Van Basten, di un giovane di belle speranze (Baggio); io ed i miei amici compravamo le bustine di figurine adesive e ci divertivamo a riempire il nostro album.
Capitava alle volte che uno di noi avesse la figurina che serviva all’altro, dando così il via ad interminabili e complessi accordi di scambio per la cessione dell’effigie adesiva; chi ci sapeva fare, poteva scambiare molto favorevolmente. Ad esempio, quando ormai mi mancavano solo 2 calciatori per finire un album, ho scambiato uno dei mancanti per ben 10 figurine, roba da matti!
Eravamo bambini, queste cose ce le potevamo permettere, erano gli anni della spensieratezza e li ricordo ora con tanta nostalgia.
C’è, tuttavia, chi rimane bambino per tutta la vita, ad esempio i nostri politici, che fanno lo stesso commercio con le figure istituzionali. «Va bene, ti do un presidente della Camera ed uno del Senato, ma tu mi dai quello della Repubblica!». Sembrano proprio questi i discorsi ai quali si assiste, in barba alla nostra Costituzione. Già, la nostra Costituzione; certe volte mi sembra come una di quelle signore anziane dimenticate in qualche ospizio dai figli, ma che ancora vendono cara la pelle. Speriamo sopravviva agli attacchi.
Secono la nostra carta costituente, il presidente della Repubblica è il rappresentante dello Stato e dell’Unità Nazionale, ma se viene scelto in questo modo, chi volete che rappresenti? Se fossi io a rispondere a questa domanda, direi che rappresenterebbe esclusivamente dei biechi conticini di palazzo, più infimi di quelli che si fanno al mercatino all’angolo.
Proprio per ciò che rappresenta, il presidente della Repubblica deve essere una persona di alto spessore morale e civico, ed è per questo motivo che le candidature di D’Alema e Letta mi fanno ridere (o piangere, a seconda dei punti di vista).
Rinfreschiamoci un po’ la memoria. D’Alema, negli anni 80, si è salvato da un’accusa di corruzione (a Bari, complice il proprietario poco di buono delle Case di Cura Riunite) solo grazie alla prescrizione. Inoltre, il nostro baffetto ha dato il meglio di sè in occasione della Bicamerale, dando luogo ad un repertorio di inciuci degno da guinnes dei primati (primati nel senso di scimmie).
Veniamo a Letta. Prima di scendere in politica, Mister Sorriso era un alto dirigente Fininvest e per tanti anni è stato l’ufficiale di collegamento dell’azienda con il mondo politico, esponente pertanto di un potere lobbystico che di morale ha ben poco.
In Italia i nomi eccellenti non mancano, basti pensare all’insigne politologo Giovanni Sartori o all’ex presidente della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky. Queste persone hanno il solo torto di essere serie e civili, qualità queste che non vanno d’accordo con la politica italiana.
E’ un vero peccato, poiché questa è un’occasione per cambiare, un punto di partenza per una rinascita della nazione. Dopo una tornata elettorale che ha mostrato un paese equamente diviso, dunque indeciso e stanco della politica, un personaggio esterno a questa sarebbe potuto essere il collettore di un rinnovato interesse civico.
Come diceva il compianto Paolo Sylos Labini, siamo “un paese a civiltà limitata”, ma sono sicuro che dentro ognuno di noi ci sia ancora un piccolo residuo di amor proprio e di amor di patria. Solo facendo ricorso a questi residui possiamo sperare di diventare un popolo migliore.
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