Posted by Domenico Delle Side
Mon, 29 May 2006 22:12:00 GMT
Per certe persone, l’indecenza non conosce un limite; ora starete già pensando che si parli del cavaliere, ma no, non è questo il caso. Questa volta l’illuminato è il direttore de La Padania, Gianluigi Paragone, che ha proposto come nuovo senatore a vita (visto che ne manca uno per completare la formazione) niente meno che, rullo di tamburi, Umberto Bossi!
Rinfreschiamoci la memoria: un senatore a vita viene ordinato dal presidente della Repubblica ed è scelto tra i cittadini che, nel corso della propria vita, si sono distinti per meriti politici, culturali, scientifici o artistici, dando così lustro all’Italia. E’ sicuramente il caso di Bossi: i suoi “Roma ladrona!” hanno senza ombra di dubbio lustrato l’immagine del bel paese.
Se ci fosse un secondo termine, sarebbe proprio il caso di dire che il Paragone non regge.
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Posted by Domenico Delle Side
Tue, 23 May 2006 15:10:00 GMT
Attirare l’attenzione, abbaiare, sbraitare, avere sempre qualcosa da dire
(anche se stupido): è questo il credo della nuova politica. Non che prima fosse
meglio, fino a circa la metà degli anni ottanta siamo stati vittima del
politichese più spinto, che è quell’arte retorica che consente di dar fiato alla
bocca senza dir alcunché di concreto.
Dalla seconda metà degli anni ottanta, c’è stato un progressivo modificarsi
della politica italiana, che è diventata via via sempre più televisiva, pur
conservando sprazi di contatto diretto con le masse, ma che erano più che altro
il retaggio culturale degli anni passati. Il nuovo politico era più
spregiudicato e Craxi ne è stato un esempio.
Tutto è cambiato con l’elettroshock di tangentopoli, un’intera classe
politica è stata messa in discussione e dalle sue ceneri è nato qualcosa di
diverso, è nato un nuovo modo di far politica, tutto incentrato sull’io dei
leader e sulla loro immagine. L’esempio più classico e scontato è Silvio
Berlusconi, leader indiscusso ed indiscutibile di Forza Italia, il
partito personale che ha creato per la sua personale crociata politica.
Di Berlusconi si è detto tanto e tanto si dirà ancora, pertanto si parlerà
solo di un fenomeno recente del Cavaliere, emerso ed utilizzato solo nell’ultimo
periodo, ovvero nel periodo pre-elettorale appena trascorso e nella puntata di
ieri di Porta a Porta.
Nel clamore suscitato dalla discussa puntata
di In Mezz’Ora, condotto da Lucia Annunziata, il nostro aveva
annunciato il suo timore per dei supposti brogli elettorali: ”Temo che ci
possano essere dei brogli: rientrano nella professionalità e nella storia della
sinistra”. Nelle polemiche seguite alla trasmissione, a mio avviso, non è
stato dato il giusto peso a tale dichiarazione, alla quale si è ribattuto senza
entrare nel merito della stessa.
Nessuno, ad esempio, ha spiegato il perché di quella dichiarazione; è stata
sostanzialmente sottovalutata e presa come una delle tante frasi
sensazionalistiche pronunciate dal nostro eroe. Non si è capita, tuttavia, una cosa
fondamentale, con quell’accusa Berlusconi preparava il terreno per
contrastare la sua sconfitta elettorale.
Proviamo a vedere la questione in quest’ottica, verificando con i fatti
che i conti tornino. Berlusconi era certo di perdere, infatti, nei mesi
precedenti le elezioni, il suo governo ha approvato una nuova legge elettorale (definita porcata
da uno dei suoi relatori, l’ex ministro Calderoli), che era tesa proprio a
confondere l’esito del voto. Più volte, infatti, diversi esperti hanno messo in
luce le falle
di tale legge, che con il premio di maggioranza su base regionale al Senato
avrebbe (ed infatti ha) portato all’ingovernabilità della camera in questione.
In questo modo, Berlusconi ha limitato i danni della sua sconfitta, poiché
grazie a questo porcellum la vittoria dell’Unione non è stata
netta.
L’altro fattore che evidenzia l’intima convinzione Berlusconiana di perdere,
è il modo in cui ha condotto la campagna elettorale; ha giocato il tutto per
tutto, ha estremizzato ogni sua esternazione, ha esasperato i suoi toni, ha
portato la scelta elettorale sul terreno della scelta personale tra lui e Prodi,
si è aggrappato a tutti gli appigli (molti) che l’avversario gli ha concesso per
creare paura, incertezza e dubbio nell’elettorato. Sembrava quasi un toro prima
di un rodeo, imbestialito, imbizzarrito, sempre scalciante e rabbioso.
Berlusconi, dunque, era convinto di perdere pertanto ha buttato le
mani avanti, ha sentenziato che una sua sconfitta sarebbe stata il
risultato dei brogli elettorali cui è avezza la sinistra. La sconfitta si è
puntualmente verificata e le sue precedenti affermazioni gli hanno dato il
permesso di recriminare. Alle sue lagnanze è stato dato un peso inaudito poiché
erano state profetizzate e l’impatto emozionale della sua protesta ne è
risultato amplificato, tanto che milioni di persone erano e sono convinte che
lui abbia ragione parlando di brogli.
Allo stesso modo, nella serata di ieri, il Cavaliere ha nuovamente fatto ricorso a questa sottile tecnica retorica. Nel ”vespasiano” Porta a Porta, ha dichiarato di essere sicuro (portando a supporto delle sue affermazioni la solita selva di numeri da lotto, probabilmente venuti in sogno al suo fido Bonaiuti) che, ricontando i voti delle ultime politiche, il risultato elettorale cambierebbe; tuttavia – sempre stando a quanto dichiarato – ciò non avverà, poiché la sinistra sta occupando tutti i posti di potere. Ovviamente, il risultato elettorale non cambierà e lui avrà nuovamente la strada spianata per criticare, avendo profetizzato l’evento.
In soldoni, la tecnica è semplice: le mani avanti, per parare il culo.
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Posted by Domenico Delle Side
Tue, 16 May 2006 14:05:00 GMT
Il nostro caro B. ci ha deliziati negli ultimi anni con i suoi sogni (o follie, a seconda dei punti di vista); tra questi, uno dei più ripetuti e sottovalutati è l’idea dello stato-azienda. Secondo quanto detto dal nostro, dunque, l’Italia sarebbe un società di capitali, resterebbe solo da chiarirne il tipo.
Pur mantenendo delle regioni di contatto, ovvero dei punti in cui la similitudine regge, quello che dovrebbe balzare agli occhi è che gli scopi di stato ed azienda sono differenti. Un’azienda, infatti, ha come obiettivo quello di produrre utili; lo stato, invece, è un ente che ha come scopo il benessere dei propri cittadini. Le due entità, dunque, perseguono fini differenti che non sempre sono sovrapponibili, principalmente perché un’azienda non ha alcuna etica da rispettare.
Ricordo chiaramente le parole del Nobel per l’economia Milton Friedman, secondo il quale un’azienda non dovrebbe impegnarsi nel sociale, a meno che non lo faccia specificatamente per carpire la fiducia delle persone (ovvero i suoi potenziali “clienti”). Friedman spiegava la cosa dicendo che una società di capitali non ha alcun interesse per lo stato di salute della società civile, a meno che questo non coincida con i suoi affari; solo in questo caso, infatti, avrebbe un ritorno da questo tipo impegno, che è visto dunque come un investimento che dovrà produrre i suoi frutti in termini economici.
Tradotto in parole più semplici, il pensiero di Friedman non fa altro che confermare quanto sostenuto in precedenza, ovvero che un’azienda ignori cosa sia l’etica, poiché esclusivamente votata a perseguire il suo profitto. Trasportare questo principio in un stato è grave, poiché uno stato è essenzialmente etica. Per intenderci, per uno stato è lecito spendere dei soldi senza avere un utile economico di ritorno, poiché ha come primo obiettivo il benessere dei propri cittadini. Lo stesso discorso non andrebbe bene per una società per azioni, ad esempio.
Lo stato-azienda, pertanto, è una pericolosa accozzaglia di populismo ed eversione, poiché è il prodotto di una cultura priva di morale, una cultura che non pone al centro di sè stessa l’uomo, ma il denaro, il potere e che giustifica qualunque cosa pur di raggiungere o mantenere il potere e le ricchezze.
Questa è l’eredità sociale di 5 anni di governo Berlusconi, ovvero una società civile ridotta ai minimi termini, ridotta ad un marasma di interessi in lotta per prevalere. A volte, tutto ciò viene giustificato ricordando Machiavelli e la sua frase (che poi sua non è…) secondo la quale «il fine giustifica i mezzi», ma a ben vedere anche questa è una delle più grandi bugie propinate al genere umano. La realtà è che mezzi barbari imbarbariscono qualsiasi fine, per quanto nobile esso sia.
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Posted by Domenico Delle Side
Sat, 06 May 2006 13:30:00 GMT
La sentenza che ha condannato Cesare Previti a 6 anni di carcere non ha alcunché di speciale; è una sentenza come tante, una sentenza che non deve scandalizzare, nè far gioire. Un cittadino della Repubblica, macchiatosi di alcuni reati, è stato giudicato e condannato, la realtà dei fatti è questa, punto.
Ciò nonostante, gli esponenti della Casa delle Libertà si lanciano in fantasiose difese (di Previti) e astiose accuse (nei confronti della magistratura) riuscendo alla fine in un teatrino che scandalizza quanto il colpevole silenzio dei leader dell’Unione, troppo occupati a spaventarsi delle possibili reazioni alle (manipolazioni delle) loro reazioni.
Senza dubbio, quello del politico non è un mestiere facile, ma di contro non lo è neppure quello dell’elettore, troppo disorientato e tradito da rappresentanti irresponsabili o troppo codardi. Forse, ormai, il problema della precarietà del lavoro si è trasferito anche agli elettori, facendoci diventare tutti dei precari dei nostri stessi interessi; siamo elettori giusto per il mese che precede le elezioni e poi, per il resto, non lo siamo più, dimenticandoci dei nostri diritti e dei nostri doveri.
Accade così che faccende come quella di Previti possono essere ignorate o completamente travisate, poiché dopo l’undici aprile ci hanno licenziati, dopo quella data non siamo stati più ritenuti abili alla politica.
Ricordiamocelo: Previti è stato condannato a 6 anni per corruzione di giudici nella vicenda della causa tra IMI e SIR. Previti è stato riconosciuto colpevole, il tutto attraverso un regolare procedimento (3 gradi di giudizio). Non c’è alcuna politica di mezzo in tutto questo, i fatti sono stati commessi ben prima che il caro avvocato romano scendesse in politica, e così pure le indagini a carico.
La realtà che si ha sotto gli occhi guardando la TV è sconfortante: nei programmi televisivi non si parla del caso Previti, oppure se ne parla solo ed esclusivamente a suo favore. Nessuna voce contraria, nessuna voce fuori dal coro.
Ogni giorno milioni di italiani, italiani (auto-?)licenziati dalla politica dopo il voto, vengono bombardati con il messaggio di un Previti innocente, di un Previti accusato e condannato ingiustamente. Il risultato di questa manovra è scontato: l’avvocatuccio si trasformerà come per incanto in un agnellino, vittima di un caso di malagiustizia.
In tutto questo L’Unione tace. La paura delle ritorsioni mediatiche è tanta, così tacciono; hanno già avuto l’esperienza delle dichiarazioni di Bertinotti su Mediaset. Parlando si richia di perder voti! Meglio lasciare che questi facciano il bello ed il cattivo tempo, piuttosto che essere civili e responsabili. Complimenti.
Comunque si legga la questione, un dato è certo: il contratto dell’elettore è scaduto e non sappiamo se e quando verrà rinnovato. Che razza di società civile si può costruire in questo modo?
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