Le critiche all'università

Posted by Domenico Delle Side Mon, 17 Nov 2008 19:10:00 GMT

Ottobre e Novembre sono stati mesi densi di polemiche circa l’istruzione pubblica. Sono state mosse diverse critiche al sistema universitario italiano; alcune di queste sono condivisibili, ma la maggioranza è fortemente fallace: gocce di buon senso in un mare di disinformazione. L’idea di questo post è di analizzare alcune delle critiche e cercare di capire se siano giustificabili o se siano soltanto degli strumenti per cercare di influenzare l’opinione pubblica.

Le critiche sono essenzialmente inquadrabili in tre gruppi:

  1. l’assenza di università italiane tra le prime 100 posizioni della classifica dei 500 migliori atenei mondiali;
  2. un’offerta formativa non adeguata al mondo del lavoro;
  3. il baronismo e gli sprechi.

La classifica delle migliori università

La classifica (Academic Ranking of World Universities, in breve ARWU) viene stilata da un gruppo di ricercatori della Graduate School of Education (in passato Institute for Higer Education) della Shanghai Jiao Tong University. Nato inizialmente come uno strumento per valutare lo qualità della ricerca e dell’istruzione unversitaria cinese rispetto alle altre realtà di tutto il mondo, nel corso degli anni, grazie alla diffusione attraverso la Rete, tale progetto ha incontrato il favore del grande pubblico, insediandosi come classifica di riferimento per valutare le università di tutto il mondo (Qui sono disponibili delle interessanti FAQ).

Il calcolo del punteggio

Il meccanismo di punteggio si basa su sei indicatori fondamentali, che contribuiscono in percentuale differente al risultato finale:

  • Presenza tra i propri laureati, i propri dottori di ricerca e i frequentatori dei propri master di vincitori di Premi Nobel o Medaglie Fields. Il contributo al punteggio è “pesato” in base all’epoca in cui il premio è stato conseguito: tanto più vecchio è il premio, tanto minore è il contributo risultante. Per fare un esempio, consideriamo il caso di Enrico Fermi: laureatosi a Pisa nel 1922, ha conseguito il Nobel per la fisica nel 1938. All’Università di Pisa, pertanto, andrà un certo punteggio, che sarà ridotto del 60%, perché il premio è stato conseguito nel decennio 1931-1940. (Alumni, 10% del finale).
  • Presenza nel proprio staff di vincitori di Premi Nobel o di Medaglie Fields. Anche in questo caso, il punteggio è pesato in base all’anno di conseguimento. Continuiamo a considerare il nostro Fermi per fare un esempio: ha conseguito il Nobel mentre era professore presso l’Uninversità di Roma, pertanto a tale università andra un punteggio ridotto in questo caso del 70%, perché il premio è stato ottenuto nel decennio 1931-1940. (Awards, 20% del finale).
  • Presenza nel proprio staff dei ricercatori più citati in 21 diversi settori scientifico-disciplinari, secondo i risultati di Thomson ISI. In pratica, Thomson ISI è in grado di estrapolare dai propri database quali siano gli autori più citati dagli altri ed in questo modo si può ottenere una classifica degli autori più citati in 21 diversi campi. Gli estensori di ARWU, pertanto, danno dei punti alle università che hanno nel proprio staff tali autori. (\HiCi, 20% del finale).
  • Numero di articoli pubblicati su Nature e su Science in un determinato periodo di tempo. (N&S, 20% del finale).
  • Una somma dei punteggi precedenti divisa per il numero di membri dello staff universitario. (PCP, 10% del finale).

La situazione italiana

Come già anticipato dai nostri eminenti politici, l’Italia non ha alcun ateneo tra le prime 100 posizioni della classifica 2008, non ne aveva anche nel 2007, mentre nel 2006 c’era l’Università La Sapienza di Roma (al posto 100). La nostra nazione, comunque sia, è degnamente rappresentata nelle posizioni seguenti con ben 22 università (3 in posizione 101-150, 2 in posizione 151-200, 2 in posizione 201-302, 5 in posizione 303-401 ed altre 10 in posizione 402-503), cosa che fa segnalare un miglioramento rispetto alla medesima classifica del 2007, quando l’Italia aveva 20 rappresentanti.

Un altro aspetto interessante della classifica è l’analisi che ne fanno gli stessi estensori. Consideriamo, ad esempio, quella del 2008, che, tuttavia, fotografa ogni anno una situazione molto simile: la numerosità di posti occupati e la qualità degli stessi è direttamente proporzionale alla percentuale di PIL che una nazione investe in ricerca ed istruzione universitaria. La nostra analisi non si ferma qui. Controllando accuratamente il sito di ARWU, si scopre che è possibile reperire delle classifica per area di ricerca, ovvero le prime 100 università mondiali rispettivamente nei settori:

  1. scienze naturali e matematica,
  2. ingegneria/tecnologia ed informatica,
  3. bioscienze ed agricoltura,
  4. medicina e farmacia,
  5. scienze sociali.

Nel primo settore, ci sono due nostre rappresentanti (Pisa e Roma-La Sapienza); 3 nel secondo (Politecnico di Torino, Napoli-Federico II e Roma-La Sapienza); 1 nel quarto (Università di Milano). Rimaniamo invece a secco nel terzo e nel quinto settore scientifico-disciplinare.

Un po’ di riflessioni

I nostri politici partono subito male, perché fanno capire che ARWU sia la classifica delle migliori 100 università mondiali. È delle prime 500!!! Poi continuano peggio, dicendo la prima università italiana si trova al 192° posto. Falso anche questo, poiché la prima università italiana è l’Università di Milano, classificatasi a parimerito con altre nella posizione 101-150 (riga 140 del file excel della classifica. All’interno delle posizioni raggruppate, gli atenei sono elencati in ordine alfabetico).

L’analisi degli stessi estensori mostra chiaramente come la possibilità di accedere ad ingenti finanziamenti consenta di avere una presenza numerosa e qualificata in classifica. Non è un caso, infatti, che ai primi posti di ARWU si trovino le migliori università americane, britanniche, tedesche e giapponesi, ovvero istituti di quelle nazioni che più investono nell’istruzione superiore. Da questo punto di vista, anzi, è encomiabile il risultato delle università italiane che, nonostante la scarsità di fondi, riescono comunque ad avere piazzamenti dignitosi.

E’ da notare un’ulteriore questione. L’Italia è da sempre affetta dal problema della fuga dei cervelli, ovvero quelle persone che, non trovando spazio nel mondo accademico nostrano, si spostano all’estero, riscuotendo spesso un considerevole successo. Ho diversi amici che hanno fatto questa scelta: 2 sono andati in Inghilterra, uno in Germania ed un altro ancora negli Stati Uniti. Accade così che persone intrinsecamente di valore e formate rigorosamente grazie alla serietà complessiva di un determinato corso di laurea vadano ad arricchire il punteggio di università straniere con le loro citazioni (visto che vincere un Premio Nobel o una Medaglia Fields non è cosa di tutti i giorni). Sono convinto che questi miei amici avrebbero fatto bene ovunque avessero studiato, ma sono altrettanto convinto che il posto in cui lo hanno fatto abbia dato loro una formazione di primo livello, cosa di cui purtroppo questa classifica non tiene conto.

L’offerta formativa

Un altro punto di critica sarebbe, stando ai discorsi dei politici, l’offerta formativa che non ha alcuna aderenza con le richieste del mercato del lavoro italiano.

Sebbene a prima vista questo genere di critiche sembri condivisibile, dopo una più attenta analisi ci si può facilmente rendere conto quanto sia infondato anche questo argomento.

Il mercato del lavoro italiano, infatti, non ha grosse richieste di formazioni specialistiche e di alto livello. Se eccettuiamo poche grandi industrie (del tipo di Eni o Fiat) e qualche piccola concentrazione di anziende specializzate attorno ai grandi poli universitari del nord Italia, la richiesta è di solo lavoro non specializzato e pagato come tale. E’ del tutto normale, quindi, che la formazione attuale non sia adeguata alle richieste del mercato del lavoro: quale università potrebbe mai istituire un corso di laurea in una disciplina non specializzata?

Le ragioni di questa situazioni sono piuttosto semplici: in Italia il settore delle produzioni specializzate è poco sviluppato. Negli ultimi vent’anni è stato privilegiato l’arricchimento facile e veloce: l’importazione a basso consto, con tutto ciò che questo comporta. Nutrite schiere di imprenditori hanno scoperto che, piuttosto che produrre in Italia, è più lucroso importare oggetti (spesso oggetti tecnologici) dalle nazioni in via di sviluppo, comprandoli ad un prezzo e vendendoli a 10 volte tanto. Se prima questi stessi imprenditori, per aumentare i loro guadagni, stimolavano la ricerca e la nascita di nuove tecnologie, ora trovano più conveniente chiudere le loro industrie e trasformarsi in importatori, con costi bassissimi e guadagni alti. Di che specializzazioni possono avere bisogno? I dipendenti ideali sono persone poco specializzate: magazzinieri, manovali e trasportatori.

Il baronismo e gli sprechi

Inutile dire che il fenomeno dei “baroni” esiste concretamente nei nostri atenei ed è auspicabile che venga quanto prima debellato. Il baronismo, tuttavia, è un problema non della sola università, ma dell’Italia intera: le persone che, meritatamente o meno, arrivano al potere, non lo mollano.

Allo stesso modo, per quanto riguarda gli sprechi siamo di fronte ad un argomento condivisibile ed intrinsecamente giusto ed anche in questo caso abbiamo a che fare con un problema sociale diffuso e non relegato alle 4 mura di un’università.

Per questo motivo, tentare di rimuovere il baronismo e le spese insensate dalle università è uno spreco (!) di risorse, perché sarebbe una battaglia persa in partenza. Se si tratta di malcostumi della società italiana, come si può pensare di riuscire ad eliminarli di punto in bianco da un sottoinsieme della società stessa? Il baronismo e gli sprechi sono problemi prima di tutto sociali e la politica dei nostri giorni, piaccia o meno, non è in grado di dare risposte a questo genere di questioni.

Ferma restando la mia approvazione per questi due nobili scopi, si sbaglia il punto da cui iniziare. Il baronismo, ad esempio si replica esattamente allo stesso modo in politica: come mai, ad esempio, ci troviamo ad avere i politici più vecchi d’Europa? Perché in Spagna hanno Zapatero, negli Stati Uniti Obama e noi, a prescindere dal giudizio politico, abbiamo avuto Prodi prima e Berlusconi poi?

Analogamente, perché additare l’università come trionfo dello spreco quando il libro La Casta ha reso evidenti a tutti gli sprechi della politica italiana? Se il problema della crisi è di tutti, tutti dobbiamo dare il nostro contributo, politici inclusi.

Conclusioni

Inganno, dolo e disinformazione la fanno da padroni. Tutti si permettono di dire tutto, l’importante è dire qualcosa e fare la propria bella figura in TV, lo strumento che santifica ogni baggianata. Dobbiamo scoprirle tutte e dobbiamo denunciarle, la Rete esiste per questo.

Passiamo parola!!!

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Facciamo vedere la vera maggioranza silenziosa

Posted by Domenico Delle Side Fri, 31 Oct 2008 11:14:06 GMT

I politici devono dir qualcosa e non sempre questo qualcosa è vero. I nostri, in special modo, si producono in dichiarazioni improbabili e suffragate esclusivamente dal vuoto che costituiscono.

L’ultima è quella della cossiddetta “Maggioranza Silenziosa”, che secondo i nostri pseudo-rappresentanti di governo sarebbe la moltitudine di ragazzi violentata dai facinorosi che protestano ed alla quale viene negato il diritto allo studio.

Criticare questa affermazione è come sparare sulla Croce Rossa, per due semplicissimi motivi. Primo, chiunque, quando viene privato di qualche diritto, si mette a protestare, dire il contrario significa mentire. Così, se a qualcuno venisse negato il diritto allo studio si metterebbe a protestare (in questo modo, la maggioranza diverrebbe rumorosa) e l’informazione non perderebbe l’occasione per mostrare che il governo aveva ragione. In secondo luogo, chi vuole negare il diritto allo studio è proprio questo governo che, dicendo di voler eliminare privilegi, sprechi, baroni e storture del mondo universitario, colpisce con un cieco colpo di scure tutto il mondo della scuola e della ricerca.

Avere un’opinione è una cosa normalissima; nei paragrafi precedenti io ho espresso la mia e sono sicurissimo che ci sarà qualcuno che approverà, altri che disapproveranno, altri che approveranno in parte ed altri che disapproveranno in parte. Avere un’opinione non è un qualcosa di destra o di sinistra, significa soltanto pensare, riflettere, valutare e giudicare. Magari si riflette ad alta voce, si esprime la propria opinione; magari invece si pensa e non si esprime la propria opinione, ma comunque sia si valutano i fatti.

Per questo motivo, sono convinto che la vera maggioranza silenziosa sia quella delle persone che hanno un’opinione, ma per un motivo o per un altro non la esprimono. Oserò di più: a mio avviso, c’è un popolo di mamme, di padri, di ragazzi, di nonni che sono contrari all’uccisione della scuola, ma non esprimono la loro opinione o la esprimono in maniera poco evidente.

Ora, chiedo un piccolo sforzo, piccolo perché non pretendo che si scenda in piazza, ma sarebbe bello se tutti facessimo sentire la nostra opinione. Come? Esponiamo tutti un cartello con scritto “NO GELMINI!

Può essere un cartello qualsiasi:

  • un foglio A4 stampato ed esposto sul cruscotto della macchina,
  • lo stesso foglio attaccato al vetro di una finestra,
  • un piccolo striscione appeso al balcone

e così via. L’importante è che questa scritta sia visibile e mostri a tutti la propria opinione. Qui potete trovare un esempio del foglio A4 da stampare

Facciamo sentire a tutti la nostra opinione, in questo modo non si dovrà per forza urlare, non si dovrà per forza manifestare in piazza: è un gesto semplicissimo, che richiederà pochi minuti. Se lo facciamo insieme, tuttavia, mostreremo cosa pensa realmente la maggioranza silenziosa.

PS: Ovviamente, le opinioni sono tante, quindi invito anche i sostenitori della Gelmini a fare altrettanto per esprimere la loro, siamo una democrazia fino a prova contraria.

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Ho fiducia

Posted by Domenico Delle Side Thu, 30 Oct 2008 22:48:00 GMT

Nei giorni scorsi ero preoccupato, ero triste ed anche nervoso, senza riuscire a darmi una spiegazione precisa. «Succede – mi sono detto – spesso non è possibile dare una spiegazione a tutto e si riesce a campare ugualmente, senza dar troppo peso alle inquietudini, che scompariranno magicamente».

Oggi, tuttavia, ho capito qualcosa. Ero inquieto per il mio futuro, per quello delle persone a cui voglio bene ed anche un po’ per quello dei perfetti sconosciuti che mi circondano e che – per Bacco! – sono tutti miei simili.

Un fantasma si aggirava nella mia mente, un fantasma nominato qualche giorno fa che mi riempiva di dubbi, di ansie sul futuro.

Oggi ho visto AnnoZero ed ho visto dei ragazzi e delle ragazze stupendi, con tantissima gioia di vivere, con tantissima forza d’animo e con tantissima dignità che sono stati la miglior cura potessi ricevere. Delle persone preparate (altro che gente che non sa per cosa protesta!), che hanno snocciolato punto per punto ciò che c’è di sbagliato nella riforma della scuola e soprattutto dell’università.

Che dire? È stupendo vedere persone con tanta passione, riempie il cuore.

Tempo fa Prodi disse che forse gli italiani non sono migliori della classe politica che si scelgono. Oggi ho capito che si sbagliava; oggi ho capito che lì fuori è pieno di gente che vive, che ama, che si rispetta e che nulla ha da spartire con questa classe politica. Oggi ho capito che cambiare non è poi così difficile.

Ho fiducia.

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Nonostante il divieto

Posted by Domenico Delle Side Mon, 20 Oct 2008 22:53:30 GMT

Oggi ascoltavo i TG serali e tutti parlavano dei dati sull’alcolismo in Italia (se ne parla qui e qui, ad esempio). Tutti scandalizzati, tutti che condannano, tutti che si chiedono come mai ciò si stia diffondendo anche tra i più giovani, nonostante il divieto.

Questo stupore la dice lunga sulla nostra ipocrisia.

E’ mai possibile che pensiamo che basti un divieto a far cessare un comportamento sbagliato? Se fosse così, perché esisterebbero le organizzazioni criminali? Perché la gente si ammazzerebbe? Pensiamo che un divieto sia sufficiente per ogni tipo di prevenzione e, fatto questo, ci laviamo la coscienza.

Il risultato è una società in cui esiste una jungla di divieti (e nessuno che li conosca), una jungla di regolamenti (e nessuno che li conosca), senza che alle persone sia mai stato spiegato il perché di tutto ciò: ogni cosa ha il suo contesto storico e se la si estrae da un susseguirsi di eventi, si rischia di renderla incomprensibile. Ad esempio, domani si potrebbe pensare (è un assurdo) di vietare tutti gli alcolici, in modo da salvare i giovani del 2008 e quelli a venire. Fra 10 anni saranno cambiate molte cose e nessuno si ricorderà del perché di questo divieto, così si inizierà a pensare che sia immotivato e lo si infrangerà allegramente e si tornerà al punto di partenza.

Questo ci fa capire che un comportamento, più che da un obbligo, è determinato dalla conoscenza di alcuni fatti: conoscere la realtà che ci circonda, ci consente di decidere autonomamente cosa sia giusto e cosa sia sbagliato.

Per i ragazzi del 2008, probabilmente, accade qualcosa del genere: sanno di un divieto, ma non lo comprendono, così si mettono a bere, perché la realtà che hanno conosciuto è quella in cui si deve dimostrare di essere ciò che non si è, ovvero grandi, nel loro caso.

Un divieto, preso singolarmente, è destinato a fallire; l’educazione, no. Il problema è che nessuno ci educa. Ci sono i genitori? Ni! Al giorno d’oggi sono nella stragrande maggioranza dei casi assenti. In questi casi, per problemi di grossa rilevanza sociale, dovrebbe intervenire lo stato, ma è improbabile che i politici facciano qualcosa di sensato. Dobbiamo educarci da soli, l’un l’altro.

Vorrei fossimo liberi di calpestare a piacimento le aiuole, e per scelta consapevole non lo facessimo; vorrei che ci fossero meno divieti e un po’ più scelte consapevoli di volersi bene e di voler bene agli altri.

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La menzogna dei sondaggi

Posted by Domenico Delle Side Wed, 15 Oct 2008 18:39:47 GMT

È di oggi un sondaggio circa l’alto gradimento del governo e dei suoi ministri. Cifre mai viste, cifre altissime, Berlusconi le definisce addirittura “imbarazzanti”. Sarà…

Francamente, credo che si viva in una società in cui si voglia misurar tutto, in modo da ottenere un metro di giudizio per decidere come comportarsi. Per quanto sia giusta, questa prassi non è sempre la migliore, ci sono decisioni che vanno prese sulla base dell’intuizione o della pura fortuna, è inevitabile.

Al di là di questa considerazione generale, non approvo i sondaggi politici: sono strumenti d’indagine che non danno alcuna risposta politica.

I sondaggi, per come li conosciamo ora, sono nati come strumento per determinare i gusti della popolazione, in modo da aiutare la produzione nella vendita dei propri prodotti. Questo approccio, in seguito, è stato applicato anche alla politica, identificando il prodotto con il politico o il partito di turno.

Il sondaggio politico, dunque, valuta il gradimento di questo o quello esponente, in modo da aiutare la politica a fare determinate scelte. L’errore, a mio avviso, si trova proprio qui, ovvero nel basare le proprie scelte sui risultati di un sondaggio.

Consideriamo degli esempi. Il direttore di un supermercato vuole determinare di quali prodotti debba approvvigionarsi, in modo da incontrare i gusti della propria clientela; per far ciò si rivolge ad un’azienda specializzata che saprà accontentarlo. In tutto ciò, l’obiettivo del direttore è soddisfare la propria clientela per aumentare l’utile del proprio esercizio.

Un genitore potrebbe trovarsi di fronte ad un problema simile, di fronte alle richieste dei propri figli. Pensate cosa accadrebbe se decidesse di utilizzare i sondaggi per soddisfare i desideri dei propri figli: colazione, pranzo e cena sempre con la nutella, abolizione dello spazzolino da denti, maxidotazione di console da gioco con un migliaio di giochi a disposizione, ecc…

Un genitore, dunque, si trova spesso a prendere decisioni sgradite ai propri figli, assumendosene le responsabilità: il suo scopo non è farsi ben volere, ma fare il bene dei propri figli.

Per come la vedo io, con la politica vale lo stesso discorso: i nostri rappresentanti dovrebbero avere il coraggio di mandare a quel paese i sondaggi, evitare le piaggerie ed assumersi la responsabilità di decisioni anche impopolari, fatte per il bene comune.

Questo, ovviamente, non accadrà mai.

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Prevede tutto!

Posted by Domenico Delle Side Sun, 05 Oct 2008 14:04:39 GMT

“E’ andata esattamente come previsto, Milano non applica le norme approvate dal Parlamento che consente al presidente del Consiglio di curare gli interessi del Paese. Loro lo vogliono al processo e non interessano loro né i rifiuti di Napoli né Alitalia”, ha commentato Nicolò Ghedini, difensore di Berlusconi e parlamentare del Pdl. Secondo l’avvocato, la decisione dei giudici crea un “problema processuale straordinario e irrisolvibile” (da Repubblica.it).

La posizione del premier è stata stralciata dal processo? SI. Stanno processando Berlusconi? NO. Dunque, quale norma, secondo l’On. Avv. Ghedini, sarebbe non applicata dal Tribunale di Milano?

Il tribunale di Milano, come previsto dalla legge, ha chiesto il parere della Corte Costituzionale circa la legittimità costituzionale del cosiddetto lodo Alfano e in ciò non è presente alcun fumus persecutionis, poiché l’atto è pienamente legittimo: il tribunale ha accolto le osservazioni del pubblico ministero ritenendole ragionevoli e, non potendo per legge pronunciarsi, ha chiesto l’intervento dell’organo competente e nel frattempo ha stralciato la posizione del premier, in ottemperanza a quanto previsto dal lodo Alfano.

Sarà una questione di valori differenti, ma io preferisco avere un presidente del consiglio che alla prova dei fatti si dimostra pulito e non uno che è pulito per legge, perché non è possibile provare il contrario.

Comunque sia, visto che il buon On. Avv. Ghedini prevede tutto, sarebbe opportuno avere lumi da lui circa le future estrazioni del lotto.

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Domanda

Posted by Domenico Delle Side Fri, 11 Jul 2008 14:00:22 GMT

Ma è più importante avere un presidente del consiglio non processabile o un presidente del consiglio onesto?

Vediamo la cosa da un punto di vista più generale: è più importante l’onestà comprovata o la disonestà non accertata/accertabile?

Io risponderei ad occhi chiusi, ma mi rendo conto che la questione non è facile, poiché la scelta viene mascherata e mistificata attraverso l’arma della semantica.

La forma ha il privilegio sulla sostanza.

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Schema comunicativo berlusconiano

Posted by Domenico Delle Side Thu, 26 Jun 2008 07:18:00 GMT

Berlusconi, bontà sua, è famoso per essere in grado di dire qualunque cosa; quando meno te l’aspetti, si esibisce in esternazioni che per alcuni di noi sono impensabili.

In particolare, quando deve convincere l’opinione pubblica di qualcosa, mi sembra agisca in questo modo:

  1. dice l’indicibile del caso, presentandolo come imprescindibile per un paese democratico e anticipando la contrarietà dell’opposizione del caso (getta l’amo);
  2. a questo punto, l’opposizione del caso abbocca ed esprime la sua ovvia contrarietà all’indicibile berlusconiano;
  3. il cavaliere basso prende al balzo le critiche, mostrando che era proprio come diceva lui (vedi punto 1), ovvero che l’opposizione è piena di pregiudizi e afferma con ancora più forza l’indicibile del caso.
  4. ormai, l’opinione pubblica percepisce l’indicibile del caso come qualcosa di necessario e Berlusconi afferma che deve realizzare tale indicibile poiché è il popolo che lo vuole.

Spesso, questo schema si arricchisce di un ulteriore esternazione in cui Berlusconi, per rinvigorire la sua posizione dopo aspre critiche, afferma di essere dove si trova per volontà del popolo e che quindi, criticando lui, si critica il volere del popolo, che è la massima espressione della democrazia.

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Semantica disumana

Posted by Domenico Delle Side Fri, 20 Jun 2008 08:46:00 GMT

Sono un tipo che per molti versi si ritiene fortunato: sono cresciuto in una famiglia che mi ha trasmesso valori come la tolleranza, il confronto, il rispetto del prossimo, ecc… Tra tutti, sono fiero di conoscerne uno in particolare, principalmente perché sono riuscito da solo a comprenderne l’importanza (partendo sempre da buone basi); si tratta del valore dell’umanità, ovvero di quella particolare disposizione d’animo che ci spinge ad essere solidali tra noi, ad aiutarci, ad essere emotivamente altruisti e a regalare a chi ci è intorno anche un semplice sorriso.

E’ un comportamento che ho imparato da solo perché, pur rimanendo noi stessi gli unici responsabili delle nostre azioni, spesso la società, gli amici, la TV ci spingono verso modelli di comportamento basati sull’arroganza, sull’egocentrismo. Ripeto, siamo noi a scegliere la strada da percorrere, ma spesso il nostro essere persone eterodirette ci spinge a vedere alcune strade come le uniche percorribili.

L’egocentrismo non è solo quello dei bambini (o di quelli rimasti tali) che vogliono tutta l’attenzione per sè, ma è anche quello delle persone troppo chiuse nel proprio io da non provare sentimenti di amore (che non è solo quello dei baci perugina!) verso i propri simili, persone inclini all’adagio «homo homini lupus».

I risultati di questo stile di vita sono tanti e, dal mio punto di vista, tutti sgradevoli: si tendono a vedere i propri simili come nemici; si agisce senza pensare agli effetti che le proprie azioni possono avere sugli altri; si diventa convinti sostenitori della tesi machiavelliana del “fine giustifica i mezzi”, tralasciando che mezzi barbari imbarbariscano qualsiasi fine.

Uno dei risultati più abietti è la manipolazione. Si cerca di far fare agli altri cose che vanno contro i loro stessi interessi. I mezzi di questa manipolazione sono sottili e riguardano quasi tutti la semantica del nostro linguaggio, che viene violentata per farci passare per buone anche le azioni più cattive.

Ad esempio, chi tra noi può essere un sostenitore di una guerra? Chi può dichiararsi a favore di un intervento armato per risolvere una questione? Bene, per ovviare a questo problema, gli egocentrici hanno inventato la locuzione “guerra di pace”, un ossimoro così forte da potersi tagliare a fette. Quale guerra potrà essere mai di pace? Una guerra, da qualunque punto la si guardi, rimane sempre una guerra!

Un altro esempio di semantica disumana riguarda il caso dei mutui subprime, chiamati così per non far capire alle persone che, in fin dei conti, non siano altro che dei sucidi finanziari.

Giocando con le parole si può ottenere di tutto, la semantica del linguaggio è un’arma più potente di qualsiasi cannone, poiché non fa alcuna paura. Lo sparo di una pistola ci mette in allarme, ci sveglia e ci rende guardinghi; delle belle parole, magari dette col sorriso sulle labbra, non ci spaventano, le assorbiamo senza alcuna paura e pian piano anche le azioni più turpi si rivestono di un alone di normalità, mentre le nostre coscienze si addormentano.

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Il passato presente

Posted by Domenico Delle Side Mon, 26 May 2008 15:27:00 GMT

Per certi versi, guardare al nostro passato è confortante. Si può scoprire, ad esempio, che in trent’anni le cose non sono cambiate poi così tanto e che la nostra società è rimasta sostanzialmente invariata:

«L’Italia è un paese che diventa sempre più stupido e ignorante. Vi si coltivano retoriche sempre più insopportabili. Non c’è del resto conformismo peggiore di quello di sinistra, soprattutto naturalmente quando viene fatto proprio anche dalla destra» (Pier Paolo Pasolini).

Non contano gli anni, non contano le esperienze, le lezioni, l’Italia rimane sempre la stessa e sembra che non peggiori.

Anche se un proverbio afferma che non c’è limite al peggio, ci potrebbe essere un’altra spiegazione, forse abbiamo raggiunto il peggio limite: una condizione in cui le cose non possono migliorare ed in cui lo schifo cambia solo i suoi attori; per il resto tutto rimane costante, per non rischiare di disturbare il sonno dele menti.

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