Posted by Domenico Delle Side
Thu, 22 Jan 2009 11:17:01 GMT
In Italia tutti i giornalisti vogliono essere pluralisti. Tutti i giornali, i telegiornali, le trasmissioni sembrano ispirarsi a questo stile. Tutti ne fanno una bandiera e tutti lo dicono ai quattro venti. Tutti.
Questo modo di fare mi insospettisce. Se è vero che tutti i coloro che fanno informazione sono pluralisti, perché c’è tanto bisogno di dirlo e di ripeterlo continuamente?
Dal mio punto di vista il pluralismo è solo un’utopia, così come lo è la pretesa di essere oggettivi, pertanto ci devono ripetere continuamente questa storia per convincerci della qualità dell’informazione che ci viene propinata (non so perché, ma quest’ultima frase mi fa venire in mente Goebbels).
In teoria, il pluralismo nell’informazione è una santa cosa, perché ci spinge a farci un’opinione completa su quello che ci accade intorno. Se guardiamo telegiornali e giornali, tuttavia, corriamo il rischio di rimanere disorientati: con frasi differenti, dicono tutti le stesse cose. Questa è un’altra delle cose che mi insospettisce.
Rileggiamo per un attimo la nostra storia recente. Negli ultimi mesi, tutti i giornali e telegiornali hanno detto le stesse cose (ad esempio: la guerra tra procure, l’antipolitica di Grillo, ecc…) e non appena c’è stata qualche voce fuori dal coro, gli stessi giornali e telegionali (ma non solo) sono prontamente intervenuti a denunciare l’assenza di pluralismo di quelle voci (vedi i casi AnnoZero e Che tempo che fa).
Se il pluralismo deve essere tale, anche le voci fuori dal coro sono degne di essere ascoltate, perché contribuiscono a formare le opinioni. Da come ci si comporta in Italia, invece, sembra che per garantire il pluralismo occorre sentire molte volte la stessa opinione, che è poi quello che accade su giornali, telegiornali e TV; ci sono molti telegiornali che, addirittura, trasmettono gli stessi servizi!
Non so agli altri, ma a me piacerebbe un’informazione tutt’altro che pluralista, anzi, vorrei sentire tante voci che fossero dichiaratamente di parte e che mettessero in luce i più disparati punti di vista delle questioni. Per farla breve, vorrei un’informazione che mi consentisse di farmi un’idea delle cose e non una che mi propina sempre e soltanto le stesse idee preconfezionate.
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Posted by Domenico Delle Side
Mon, 12 Jan 2009 23:27:15 GMT
Nel 2008 una delle parole di cui i politici hanno più abusato è stata senz’altro “merito”; se ne è parlato soprattutto per la riforma dell’università, che il governo ha approvato ricorrendo all’ennesima fiducia, ma il richiamo a questa parola non si è negato in altri frangenti, come può confermarci ad esempio il nostro ministro Brunetta.
In sostanza, da quanto si è detto nell’anno appena passato, sembra che la politica abbia preso la strada e voglia finalmente premiare il merito: chi è più bravo, chi si impegna di più, chi si distingue, persona o istituzione, verrà in qualche modo premiato. E fin qui, tutti d’accordo, l’iniziativa è lodevole.
Il merito, tuttavia, non è qualcosa di intrinseco e assoluto, va valutato. Anche in questo caso, nei vari settori in cui si è parlato di merito, le ricette valutative si sono sprecate, presentandosi tutte con la qualifica di oggettive.
Fiato sprecato. L’oggettività, quando esercitata dagli uomini, è per questo stesso motivo soggettiva!
Prendiamo l’esempio di un “concorso per titoli ed esami”: l’oggettività consiste nell’assegnare un punteggio ai titoli ed agli esami dei concorrenti, facendo vincere la persona col punteggio totale più alto. La valutazione degli esami, così come quella dei titoli, è tuttavia completamente soggettiva.
Si può pensare anche alle valutazioni effettuate da un capufficio circa i suoi sottoposti: in questi casi, si passa dalla soggettività all’arbitrarietà. Le valutazioni vengono spesso fatte valutando criteri oggettivi, ma applicando 5 o 6 formule standard, per le quali si sostituisce esclusivamente il nome dell’interessato. Alle volte, chi valuta non conosce direttamente l’interessato!
Analogamente, si pensi ai provvedimenti d’urgenza adottati dai governi: questi vengono effettuati attraverso dei decreti legge, strumento che la costituzione riserva, appunto, per le situazioni di urgenza. Anche in questo caso, l’oggettività della valutazione e violentata dalla soggettività del caso e dei politici di turno e si spacciano per urgenti questioni che potrebbero essere affrontate in tutta calma.
E’ inutile parlare, quindi, di regole e regolamenti per garantire questo o quel procedimento di misurazione oggettiva: il merito sarà sempre e comunque relativo a chi lo dovrà valutare. Si può essere fortunati ed avere a che fare con una persona onesta e responsabile, che cercherà quanto più possibile di estranearsi dal giudizio. Altre volte, diciamo anche la maggioranza delle volte, si è sfortunati e si ha a che fare con chi nel valutare persegue i propri fini ed interessi.
Non ci sono antidoti codificabili contro questa piaga, non ci sono pene e spauracchi che tengano: l’unica strada è l’integrità di chi giudica. Se una persona tiene alla sua dignità e considera un valore il potersi guardare allo specchio, cercherà di scegliere per il meglio. Diversamente, la scelta ricadrà sulla convenienza.
Il discorso è improponibile per la classe dirigente italiana, pochi si salvano e solo perché ancora non si sono convertiti.
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Posted by Domenico Delle Side
Mon, 22 Dec 2008 23:01:00 GMT
Qualche giorno fa, guardando non ricordo quale TG, ho sentito di un piano del governo per stimolare il rientro dei cervelli. Si parla di un qualche tipo di sconto fiscale per le persone che ritornano in italia dopo aver lavorato all’estero. Secondo il governo i ricercatori italiani emigrati, ad esempio, dovrebbero tornare perché avrebbero uno sconto fiscale.
Sul momento non ci ho fatto caso più di tanto, l’ho interpretata come una delle solite panzane democratiche del nostro amato governo. Oggi, tuttavia, m’è ritornata in mente. Ci ho pensato un po’ e mi sono chiesto: “quale persona sana di mente lascerebbe un posto di lavoro in cui viene pagato bene, in cui viene considerato importante ed in cui, soprattutto, gli viene data la possibilità di fare ciò che ha sognato e per cui ha lottato?”.
Può mai essere qualche euro di sconto a far cambiare idea a queste persone?
Come se non bastasse, c’è un’altra cosa che mi fa pensare che un ricercatore non tornerebbe mai a queste condizioni: dopo essersi affrancato dal sistema di potere delle università italiane, non vorrà più averci a che fare. Tornare per cosa, quindi? Per scontrarsi con un qualche barone che cercherà di mettergli i bastoni tra le ruote?
Buonanotte al merito.
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Posted by Domenico Delle Side
Sat, 13 Dec 2008 23:11:00 GMT
Non sono un accanito lettore de La Stampa, per niente; tuttavia ne seguo le notizie e a volte mi lascio tentare dal leggere gli articoli dei suoi giornalisti. Oggi è stato il turno di Di Pietro, l’anomalia che vince sempre di Marcello Sorgi e di La campagna elettorale finisce a insulti di Maria Grazia Bruzzone.
A parte l’antidipietrismo di fondo che pervade ed accomuna i due articoli, mi ha colpito soprattutto il secondo, in cui Berlusconi viene dipinto come la povera vittima degli insulti di ogni partito di opposizione. Forse sono io che apprendo le cose in maniera un po’ ritardata, ma ero rimasto a quando Berlusconi diceva di aver tutta la stampa contro!
È pittoresco vedere gli equilibrismi semantici con cui la Bruzzone identifica come “leggere” le parole del premier, dando invece a quelle degli altri leader la qualifica di epiteti, insulti, crocifissioni e via dicendo.
Poverino il berlusca, dopo aver letto queste parole mi fa un po’ pena. È una povera vittima, è evidente: sono io che non lo comprendo.
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Posted by Domenico Delle Side
Sun, 07 May 2006 23:53:00 GMT
Sembrerà strano, ma il clamore suscitato dalla prossima elezione del nuovo presidente della Repubblica mi ha fatto tornare alla mente uno degli aspetti che ha allietato la mia fanciullezza. Fino ai 10 anni ho sempre acquistato l’album dei calciatori, quello storico, mitico della Panini e ci giocavo assieme agli amici.
Non c’erano ancora i vari Del Piero o Adriano, ai tempi si parlava di Gullit, Van Basten, di un giovane di belle speranze (Baggio); io ed i miei amici compravamo le bustine di figurine adesive e ci divertivamo a riempire il nostro album.
Capitava alle volte che uno di noi avesse la figurina che serviva all’altro, dando così il via ad interminabili e complessi accordi di scambio per la cessione dell’effigie adesiva; chi ci sapeva fare, poteva scambiare molto favorevolmente. Ad esempio, quando ormai mi mancavano solo 2 calciatori per finire un album, ho scambiato uno dei mancanti per ben 10 figurine, roba da matti!
Eravamo bambini, queste cose ce le potevamo permettere, erano gli anni della spensieratezza e li ricordo ora con tanta nostalgia.
C’è, tuttavia, chi rimane bambino per tutta la vita, ad esempio i nostri politici, che fanno lo stesso commercio con le figure istituzionali. «Va bene, ti do un presidente della Camera ed uno del Senato, ma tu mi dai quello della Repubblica!». Sembrano proprio questi i discorsi ai quali si assiste, in barba alla nostra Costituzione. Già, la nostra Costituzione; certe volte mi sembra come una di quelle signore anziane dimenticate in qualche ospizio dai figli, ma che ancora vendono cara la pelle. Speriamo sopravviva agli attacchi.
Secono la nostra carta costituente, il presidente della Repubblica è il rappresentante dello Stato e dell’Unità Nazionale, ma se viene scelto in questo modo, chi volete che rappresenti? Se fossi io a rispondere a questa domanda, direi che rappresenterebbe esclusivamente dei biechi conticini di palazzo, più infimi di quelli che si fanno al mercatino all’angolo.
Proprio per ciò che rappresenta, il presidente della Repubblica deve essere una persona di alto spessore morale e civico, ed è per questo motivo che le candidature di D’Alema e Letta mi fanno ridere (o piangere, a seconda dei punti di vista).
Rinfreschiamoci un po’ la memoria. D’Alema, negli anni 80, si è salvato da un’accusa di corruzione (a Bari, complice il proprietario poco di buono delle Case di Cura Riunite) solo grazie alla prescrizione. Inoltre, il nostro baffetto ha dato il meglio di sè in occasione della Bicamerale, dando luogo ad un repertorio di inciuci degno da guinnes dei primati (primati nel senso di scimmie).
Veniamo a Letta. Prima di scendere in politica, Mister Sorriso era un alto dirigente Fininvest e per tanti anni è stato l’ufficiale di collegamento dell’azienda con il mondo politico, esponente pertanto di un potere lobbystico che di morale ha ben poco.
In Italia i nomi eccellenti non mancano, basti pensare all’insigne politologo Giovanni Sartori o all’ex presidente della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky. Queste persone hanno il solo torto di essere serie e civili, qualità queste che non vanno d’accordo con la politica italiana.
E’ un vero peccato, poiché questa è un’occasione per cambiare, un punto di partenza per una rinascita della nazione. Dopo una tornata elettorale che ha mostrato un paese equamente diviso, dunque indeciso e stanco della politica, un personaggio esterno a questa sarebbe potuto essere il collettore di un rinnovato interesse civico.
Come diceva il compianto Paolo Sylos Labini, siamo “un paese a civiltà limitata”, ma sono sicuro che dentro ognuno di noi ci sia ancora un piccolo residuo di amor proprio e di amor di patria. Solo facendo ricorso a questi residui possiamo sperare di diventare un popolo migliore.
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