Pensieri antipolitici

Posted by Domenico Delle Side Thu, 17 Jul 2008 12:35:27 GMT

I nostri illuminati governanti si sono inventati di dover per forza prendere le impronte digitali ai bambini rom. Loro dicono che la cosa serve a garantir loro più diritti ed a proteggerli da chi li potrebbe sfruttare.

Come al solito, questa è solo una pezza, una toppa sparata un po’ a casaccio dai nostri irresponsabili politici. Se il problema è la sicurezza ed è vero che i principali responsabili siano i rom, li si processa ed, eventualmente, li si incarcera come è logico che sia.

L’Italia, tuttavia, è il paese in cui la logica non è di casa, quasi che l’Anticiclone delle Azzorre la tenga lontana dalla penisola assieme alla pioggia. Nel nostro paese, la legge è studiata a tavolino per consentire a chi può di non andare in galera; il libro Toghe rotte, ad esempio, illustra queste possibilità in maniera magistrale.

Accade così, che alcuni rom commettano crimini e, siccome non sono per niente stupidi, sfruttino i cavilli e le falle delle nostre leggi per restare impuniti e circolare liberamente. Di chi è, quindi, la colpa se ci sono alcuni rom che causano problemi? Solo ed esclusivamente della politica.

Bene conoscendone la causa, in teoria, si potrebbe risolvere il relativo problema. In teoria.

Le cose si complicano enormemente quando a dover risolvere un problema è l’origine dello stesso: la politica (la causa) dovrebbe risolvere un problema che ha lei stessa creato per garantire l’impunità sua e del complesso di poteri che le sono intorno!

Dunque, visto che la legge non può essere uguale per tutti, i nostri governanti stanno pensando di renderla soltanto diversa per alcuni (in nome del popolo, per carità!), in modo da poter prendere le impronte ai questi benedetti bambini rom. Sono dei geni.

Sono ancor più geni, se si pensa che, viste le ovvie proteste del mondo civile, anziché prendere le impronte digitali ai soli bambini rom ora sia al vaglio la possibilità di prendere le impronte digitali di tutti i residenti in Italia. L’equità è così garantita ed i politici sembrano soddisfatti.

Ricapitoliamo: visto che la politica ha creato un sistema giuridico che garantisce l’impunità a chi ne sa sfruttare le falle e visto che questo stato di cose porta a dilaganti e generalizzati fenomeni crimanili, i nostri politici hanno deciso che per la nostra sicurezza è giusto prendere le impronte digitali di tutti. Sono dei super geni.

Io le impronte digitali le prenderei a questi politici, per essere sicuro che non si ripresentino mai più a qualsiasi elezione, ma questa sarebbe un grave esempio di antipolitica; l’Italia, si sa, è il paese della forma e non si può fare, pena lo sdegno dei mille tromboni che raccontano il niente.

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Tre quarti e tre quarti

Posted by Domenico Delle Side Tue, 15 Jul 2008 08:41:00 GMT

“Tre quarti e tre quarti” era uno dei tanti inganni che i signorotti della Marsica perpetrarono ai danni dei cafoni di Fontamara, il celebre romanzo di Ignazio Silone. Il potente di turno aveva bisogno di più acqua per i suoi campi, così decise di modificare il corso del fiumiciattolo che i cafoni utilizzavano per irrigare i loro appezzamenti, provocandone l’insorgimento.

A sistemare la questione arrivò il segretario comunale, che propose un accordo vantaggioso per tutti: tre quarti dell’acqua (più della metà) sarebbe stata per i contadini fontamaresi e tre quarti per il rispettabilissimo don Carlo Magna.

I contadini tornarono al loro lavoro contenti e soddisfatti dell’accordo trovato, visto che avevano ottenuto più della metà dell’acqua, salvo poi rendersi conto che di acqua ne arrivasse pochissima.

In questo aneddoto è concentrato il malcostume italiano, malcostume che possediamo ormai quasi geneticamente e che resiste spudoratamente al tempo, senza bisogno di alcun lifting. Fontamara è stato scritto circa 70 anni fa, era il 1930, ma i comportamenti descritti si ripetono pari pari anche oggi, con scenari differenti.

Il potere cerca di ottenere altro potere con la prevaricazione e l’inganno, i cittadini si ribellano e l’imbonitore del momento li convince della bontà/necessità della scelta attraverso la quantità. Ai cafoni fontamaresi era bastato sapere che tre quarti è più della metà per accettare; a noi, invece, basta sentire dei milioni di euro sprecati in intercettazioni telefoniche, delle decine di nazioni civili che hanno delle forme di protezione per le alte cariche dello stato e via dicendo. Poco importa il perché di questi numeri, poco importa se servono solo ed esclusivamente a coprire le malefatte dei politici italiani.

La quantità ha il privilegio sulla qualità.

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Domanda

Posted by Domenico Delle Side Fri, 11 Jul 2008 14:00:22 GMT

Ma è più importante avere un presidente del consiglio non processabile o un presidente del consiglio onesto?

Vediamo la cosa da un punto di vista più generale: è più importante l’onestà comprovata o la disonestà non accertata/accertabile?

Io risponderei ad occhi chiusi, ma mi rendo conto che la questione non è facile, poiché la scelta viene mascherata e mistificata attraverso l’arma della semantica.

La forma ha il privilegio sulla sostanza.

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Schema comunicativo berlusconiano

Posted by Domenico Delle Side Thu, 26 Jun 2008 07:18:00 GMT

Berlusconi, bontà sua, è famoso per essere in grado di dire qualunque cosa; quando meno te l’aspetti, si esibisce in esternazioni che per alcuni di noi sono impensabili.

In particolare, quando deve convincere l’opinione pubblica di qualcosa, mi sembra agisca in questo modo:

  1. dice l’indicibile del caso, presentandolo come imprescindibile per un paese democratico e anticipando la contrarietà dell’opposizione del caso (getta l’amo);
  2. a questo punto, l’opposizione del caso abbocca ed esprime la sua ovvia contrarietà all’indicibile berlusconiano;
  3. il cavaliere basso prende al balzo le critiche, mostrando che era proprio come diceva lui (vedi punto 1), ovvero che l’opposizione è piena di pregiudizi e afferma con ancora più forza l’indicibile del caso.
  4. ormai, l’opinione pubblica percepisce l’indicibile del caso come qualcosa di necessario e Berlusconi afferma che deve realizzare tale indicibile poiché è il popolo che lo vuole.

Spesso, questo schema si arricchisce di un ulteriore esternazione in cui Berlusconi, per rinvigorire la sua posizione dopo aspre critiche, afferma di essere dove si trova per volontà del popolo e che quindi, criticando lui, si critica il volere del popolo, che è la massima espressione della democrazia.

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La verità contraddittoria

Posted by Domenico Delle Side Tue, 13 May 2008 12:19:43 GMT

Del caso Travaglio-Schifani si è già detto tanto; dal mio punto di vista, sarebbe più corretto chiamarlo caso Schifani, poiché la questione scottante riguarda i suoi rapporti con persone condannate per mafia o per concorso esterno in associazione mafiosa (meglio esser precisi) e non il fatto che Marco Travaglio lo dica.

Gli intelligentissimi tromboni che si ergono a difesa del povero Schifani usano fondamentalmente 3 generi di argomentazioni per esprimere il proprio sdegno bipartisan:

  1. quello di Travaglio è un attacco politico per minare il dialogo tra maggioranza e opposizione;
  2. quella di Travaglio è una condotta giornalisticamente scorretta per l’assenza di contraddittorio durante le sue dichiarazioni;
  3. i fatti raccontati da Travaglio risalgono alla fine degli anni 70, mentre Vadalà e D’Agostino sono stati incriminati e processati circa 20 anni dopo.

Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza ed analizziamo queste argomentazioni. Ad esempio, supponiamo che la prima sia vera e chiediamoci a chi gioverebbe la rottura del dialogo tra le forze politiche. A Travaglio? Ne dubito. Ci dovrebbe essere, dunque, un mandante, una persona o una lobby che abbia spinto Travaglio a fare quelle dichiarazioni. Se così fosse, ci sarebbe qualche giornale e/o qualche media che si spenderebbe in difesa del giornalista, ma così non è.

Per questi motivi, la prima argomentazione sembra piuttosto inverosimile. Passiamo alla seconda. Si contesta a Travaglio il fatto che, durante le sue dichiarazioni, non ci fosse una parte pro-Schifani che potesse garantire il contraddittorio. Anche in questo caso, l’argomentazione è piuttosto debole: come stiamo notando in questi giorni, Schifani non ha bisogno di alcun contraddittorio per difendersi, la maggioranza dei politici ha fatto quadrato attorno a lui e lo difende.

I toni usati da Travaglio, inoltre, non erano per nulla quelli di un attacco; il giornalista NON HA DETTO “Schifani è un mafioso come i suoi ex-soci in affari”, ma solo che sarebbe stato opportuno che il neopresidente del Senato spiegasse agli elettori queste frequentazioni, cosa che non è stata mai fatta.

La lamentata assenza di contraddittorio, inoltre, non è per niente scandalosa, è normalissimo che una persona faccia delle dichiarazioni in TV ed altri gli rispondano successivamente; Schifani, anzi, è stato favorito dal modo in cui sono andate le cose, poiché in questo modo ha avuto modo di riflettere attentamente sulla sua replica e non rispondere a caldo, che è cosa ben diversa.

Si dice che nei telegiornali italiani il contraddittorio sia garantito, tuttavia, stando alla seconda argomentazione, la cosa non sarebbe vera; i politici, infatti, non hanno l’opportunità di poter rispondere in tempo reale alle dichiarazioni, ciò che ci viene propinato è solo un minestrone di dichiarazioni slegate le une dalle altre, senza alcuna possibilità di replica. Dove sarebbe qui il contraddittorio?

L’ultima argomentazione, poi, è la più incredibile, poiché va contro ogni logica. Secondo i succitati tromboni, Travaglio sarebbe scorretto e diffamatorio poiché Vadalà e D’Agostino sono stati condannati ben 20 anni dopo aver intrattenuto rapporti con Schifani. I succitati tromboni dovrebbero rendersi conto che una persona viene processata e giudicata per le azioni che ha commesso nel suo passato. Inoltre, il Vadalà occupava un ruolo decisionale ed è giusto ritenere che quello sia un posto che raggiunto attraverso una certa gavetta all’interno dell’organizzazione mafiosa e non da un giorno all’altro.

E’ perfettamente logico, dunque, supporre che il Vadalà ed il D’Agostino avessero a che fare con la mafia anche verso la fine degli anni 70 ed è ovvio anche che Schifani potesse non esserne a conoscenza; nessuno lo accusa di aver coscientemente intrattenuto rapporti con persone in odor di mafia, tuttavia è così difficile per il neopresidente del Senato ammetterlo pubblicamente e spiegarlo agli elettori?

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Scoop con collage!

Posted by Domenico Delle Side Sat, 19 Jan 2008 16:48:00 GMT

E’ ufficiale: caduta l’infamante accusa di mafiosità, è chiaro che Cuffaro è stato condannato per favoreggiamento a Cristo!

Dopo i casi Papa/Sapienza e Mastella/Lonardo, ecco un altro chiaro esempio di come i cattolici italiani siano in pericolo e ingiustamente perseguitati da una società civile allo sbando e da una certa magistratura deviata, che fa un uso criminale e criminoso delle intercettazioni telefoniche.

Non resta che andare ad elezioni anticipate, per cancellare con un colpo questo malaffare e riformare la magistratura, ormai totalmente asservita ai poteri forti, tanto da risultare eversiva e minare democrazia e stato di diritto.

Amen…

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Giorni di fuoco

Posted by Domenico Delle Side Mon, 23 Jul 2007 15:21:16 GMT

Potrebbe sembrare che il titolo di questo post si riferisca al caldo che attanaglia l’Italia; non è così.

Il tema di questo articolo dovrebbe essere la politica, anche se mi disgusta dare un nome così alto ad un qualcosa di così schifoso.

Finiamola di girarci intorno, quello di cui vorrei parlare è il caso nato intorno alla richiesta della gip Forleo alle Camere: tutti i politici si affannano a eruttare dichiarazioni sdegnate, ad analizzare nei minimi dettagli le azioni della gip (non solo quelle istituzionali, ma anche quelle che riguardano la sua vita personale). Tutti sono pronti a dire la loro, ma la gip non ne ha il diritto, lei deve rimanere muta. Forse, essendo donna, è vittima della cultura siculo-pakistana di cui parlava l’ottimo ministro Amato?

Credo che la Forleo sia semplicemente una persona che cerca di fare il suo lavoro, nonostante tutto, nonostante le tante parole della gente che cerca di minare la sua credibilità.

Andare avanti nella storia intorno a tutto ciò è doveroso.

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Forza Italia!

Posted by Domenico Delle Side Tue, 27 Jun 2006 09:04:00 GMT

Non penso di fare un torto a qualcuno, riappropriandomi in parte di un modo dire che ci è stato rubato con la forza da più di dieci anni. In questi giorni di impegno civile e politico, in questi giorni di mondiali di calcio, più di una volta ho sentito il bisogno di celebrare il mio paese, di incitarlo alla scelta giusta, ma mi fermavo all’improvviso, ricordandomi di dover scegliere accuratamente l’urlo da utilizzare.Mi sento un po’ Fonzie di Happy Days, che non riusciva a pronunciare la frase «Ho sbagliato»; a me accade altrettanto quando vado a pronunciare «Forza Italia» (anche scriverlo, ora, è stata un’impresa…).

Oggi è diverso, oggi si può fare uno strappo perché quella di ieri è stata una giornata da ricordare, una giornata speciale in cui l’Italia ha vinto e lo ha fatto su più fronti. Ha vinto nel calcio, purtroppo senza convincere ed emozionare, ed ha soprattutto vinto esprimendo il suo no ad una riforma costituzionale indegna.

Il pericolo, il rischio sono stati altissimi; in caso di una vittoria del si, saremmo stati sull’orlo di un ritorno al fascismo, nella sua versione moderna: la telecrazia. Gli italiani, fortunatamente, hanno espresso il loro sonoro no ed hanno così allontanato le ombre.

Per natura sono diffidente e non mi spiego come mai, dopo delle elezioni politiche incerte come le ultime, il risultato referendario sia stato così netto. D’accordo, quello di un referendum non è un voto politico, ma un voto da fare secondo coscienza; tuttavia mi sarei aspettato un risultato più combattuto, in cui si e no avessero battagliato per prevalere l’uno sull’altro.

Questo no mi puzza. Sia chiaro, non ci vedo brogli, quelli li vede solo il cavaliere con l’ausilio dei suoi compari; tuttavia mi sembra strano che gli italiani, ben 15 milioni di italiani, siano stati così decisi. Il timore è che la telecrazia non ci abbia abbandonati, ma abbia soltanto cambiato padrone. È prematuro affermare qualcosa del genere, soprattutto visto il potere mediatico dell’altra parte, ma non credo alle improvise prese di coscienza del popolo italiano. Come è possibile che in così poco tempo un popolo cambi radicalmente le sue vedute?

Il dubbio rimane, ma è un giorno speciale, perciò preferisco godermi le vittorie; almeno per oggi preferisco stare con il sorriso beato, sorriso che aumenta sempre più leggendo le dichiarazioni dei vari Berlusconi, Bondi, Cicchitto e soci.

Solo qualche giorno addietro, il cavaliere ha dichiarato al GR1: «Votare Sì per dare una lezione al governo Prodi, al governo con undici ministri comunisti, in cui ci sono ministri che vanno in piazza assieme ai centri sociali e con gli omosessuali, che mettono ex terroristi a capo delle commissioni parlamentari e che rappresentano il partito delle tasse». Cosa aspettarsi a questo punto se non una dichiarazione di un suo scudiero che, a risultato ottenuto, minimizzi la sconfitta e neghi quanto detto dal capo? Puntuale, infatti, arriva il prode Osvaldo Napoli, che dice: «La vittoria del no, netta e indiscutibile, non e’ la vittoria del governo e non coincide neppure con la sconfitta della Cdl … Una simile analisi avrebbe presupposto una strumentalizzazione del voto referendario che non c’e’ mai stata da parte della Cdl…».

La vetta più alta, però, si raggiunge con il saggio Bondi, che in una sorta di liberazione a metà tra il rutto e la scorreggia afferma: «Il risultato del referendum impone una riflessione su due questioni decisive per il futuro del Paese: la prima riguarda le ragioni per le quali il Mezzogiorno non ha compreso la validita’ e la necessita’ anche per il Sud della riforma costituzionale; la seconda riguarda il crescente divario del Nord rispetto al resto d’Italia, una divaricazione che pone una questione politica nazionale che nessuno puo’ ignorare. Solo la Casa delle Liberta’ (come dimostrano le prime reazioni della sinistra) ha la possibilita’ di tenere insieme questi diversi fili nel quadro di un progetto politico di cambiamento e di rinnovamento dell’Italia».

La traduzione di questa affermazione non è un compito semplice, i messaggi sono ben nascosti e piuttosto aulici, ma il significato non dovrebbe essere lontano da: «Al sud non capiscono un cazzo; noi del nord ce li dobbiamo togliere dai coglioni e solo la CdL può riuscire in questa impresa».

Sorrido, sorrido beato, ma mi rendo conto che il pericolo sia solo scampato, non annulato del tutto.

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Una storia italiana

Posted by Domenico Delle Side Sun, 04 Jun 2006 13:39:00 GMT

Salva la costituzione: Vota NO!Il 2 giugno 1946, data mitica nella storia Italiana, che ormai un po’ tutti ignorano, non solo si è scelta la forma istituzionale del nostro stato, ma è stato anche dato il via al processo democratico che avrebbe redatto la costituzione della nascente Repubblica Italiana. In quella data, infatti, con un evento del tutto eccezionale per la storia del nostro paese, uomini e donne maggiorenni (per l’epoca) votarono scegliendo tra repubblica e monarchia ed eleggendo 556 rappresentanti che avrebbero dato vita all’Assemblea Costituente.

I costituenti appena eletti si trovarono a dover operare senza aver grosse certezze, potevano fare affidamento solo su due punti saldi: la forma istituzionale, ovvero la repubblica ed il principio comune che univa il loro sentire: l’antifascismo. Si misero così a lavorare per un anno e mezzo circa, non senza problemi; non fu semplice, infatti, mettere d’accordo le varie anime di cui si componeva quell’assemblea, ma quegli uomini illuminati seppero condividere intenti e accordarsi in maniera lungimirante.

Il fascismo aveva rappresentato una grave ferita per l’Italia e per le coscienze dei suoi cittadini; quel ventennio, infatti, ha rappresentato una sconfitta dell’uomo, della società. Questa esperienza negativa era viva nelle menti dei vari Calamandrei, Terracini, Saragat; tutte persone che avevano vissuto il fascismo e ne erano state vittime. Per questo motivo, la nostra Costituzione è permeata di un senso di libertà ed al tempo stesso del desiderio imperativo di mantenerla. Entrando nel merito della forma dello Stato, per fare un esempio, il bicameralismo rappresenta una garanzia: per essere approvata, una legge deve superare l’esame delle due camere e con lo stesso testo. Se guardiamo al passato, questo non ha impedito l’approvazione delle leggi vergogna, ma pensate a cosa sarebbe potuto accadere se, invece, il capo del governo avesse potuto emanare leggi a suo piacimento.

Il risultato, dunque, del dibattito e del confronto di questi saggi costituenti è stato condensato negli articoli che compongono la nostra carta, che, a detta di numerosi giuristi e politologi, è quanto di meglio si possa osservare nel panorama istituzionale mondiale. A questo punto, è lecito chiedersi che bisogno ci fosse di modificarne il testo. Perché riscrivere qualcosa che era già ritenuto giusto?

Le scuse accampate, nel corso della storia, sono state tante. Quella dell’immobilismo istituzionale, ad esempio, è una colossale balla; chi ce la propina, in realtà, vuole soltanto svuotare la Costituzione delle sue forme di garanzia, in modo da aver vita facile. La cosa, a ben vedere, non ha colore politico, un po’ tutti i nostri rappresentanti-dipendenti vorrebbero poter fare il bello ed il cattivo tempo istituzionale a loro piacimento. Sarà forse per questo motivo che, a pochi giorni dal referendum confermativo della modifica costituzionale attuata a maggioranza dal governo Berlusconi, non si parla del voto, non c’è dibattito, non esiste contraddittorio. Eppure, tutti dovremmo avere l’interesse a non permettere che un’altra porcata del genere possa funestare la nostra vita.

Perché dei politici dovrebbero modificare una costituzione che, a 60 anni dalla sua approvazione, non è ancora stata del tutto messa in atto? La spiegazione potrebbe essere la paura, la paura che con l’attuazione questi onorevoli signori, insieme con i partiti che rappresentano, perdano il proprio potere. Stanno così le cose? Caliamoci per un attimo nei panni di questi loschi figuri e immaginiamo come si potrebbero comportare.

«Uhm… se questa cazzo di storia della costituzione va avanti lo prendiamo tutti nel culo… c’è bisogno di fare qualcosa». Ovviamente, il nostro politico quadratico medio non può dire apertamente quale sia la reltà, così deve appigliarsi a qualche argomento del tutto irrilevante, amplificarlo, convincere l’opinione pubblica che sia importante riuscendo in questo modo a confondere le acque per agire indisturbato. Il principio utilizzato è lo stesso che si può vedere nei film d’azione: un ladro, ad esempio, che voglia rubare un quadro in un museo, crea un diversivo che attiri l’attenzione altrove, guadagnandosi la possibilità di agire indisturbato.

«Bene, si può dire che la Costituzione sia vecchia e concepita male, che ingessa il lavoro dei governi, rallentando ogni riforma. E poi, c’è la storia del federalismo, posso sempre tirare fuori quella, se qualcosa va male». Ecco fatto! In nome dello snellimento governativo e della devolution si è dato un colpo di rasoio alla storia, effettuando modifiche che potrebbero rendere l’Italia uno stato totalitario. Uno stato totalitario? Cosa c’entra? Non si parlava di snellimento e devolution? Ci siamo immedesimati troppo nel ruolo del losco figuro e ci siamo dimenticati della paura di cui parlavamo.

Dicevamo che questo stratagemma serve a confondere le acque per poter attuare delle modifiche più nascoste, da tacere, su cui non si dovrà discutere. Dalla modifica costituzionale, infatti, viene fuori un capo del governo, un premier, completamente nuovo, un capo che riceve l’investitura dal popolo, che non ha bisogno della fiducia della sua maggioranza, che nomina e revoca i suoi ministri a piacimento e che determina in tutto e per tutto l’attività del governo e dei ministri di cui è composto. Non è tutto, alcuni organi di garanzia come la Corte Costituzionale e il Consiglio Superiore della Magistratura risultano completamente snaturati, poiché diminuisce paurosamente il numero di componenti indipendenti che li compongono, a favore di quelli eletti dal governo.

Paura, eh? Dei politici, ovviamente; a noi basta votare “NO” al prossimo referendum per dormire sonni (un po’ più) tranquilli, c’è ancora la vecchia Costituzione che veglia su di noi.

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Termini di Paragone

Posted by Domenico Delle Side Mon, 29 May 2006 22:12:00 GMT

Per certe persone, l’indecenza non conosce un limite; ora starete già pensando che si parli del cavaliere, ma no, non è questo il caso. Questa volta l’illuminato è il direttore de La Padania, Gianluigi Paragone, che ha proposto come nuovo senatore a vita (visto che ne manca uno per completare la formazione) niente meno che, rullo di tamburi, Umberto Bossi!

Rinfreschiamoci la memoria: un senatore a vita viene ordinato dal presidente della Repubblica ed è scelto tra i cittadini che, nel corso della propria vita, si sono distinti per meriti politici, culturali, scientifici o artistici, dando così lustro all’Italia. E’ sicuramente il caso di Bossi: i suoi “Roma ladrona!” hanno senza ombra di dubbio lustrato l’immagine del bel paese.

Se ci fosse un secondo termine, sarebbe proprio il caso di dire che il Paragone non regge.

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