Posted by Domenico Delle Side
Sun, 17 Jan 2010 11:33:00 GMT

Negli anni passati, ho trascorso uno stupendo periodo di lavoro a
Milano; sono stati anni in cui sono cresciuto e che mi hanno insegnato
tanto della vita; anni in cui ho avuto la fortuna di conoscere persone
che hanno arricchito la mia umanità e senza le quali sarebbe stato
tutto meno bello.
Una cosa che mi ha colpito sin da subito, tuttavia, è stata la
presenza di un regolamento per qualunque cosa: si andava al parco e
c’era il regolamento per la fruizione del parco; si prendevano i
mezzi pubblici e c’era il regolamento dell’ATM; si andava al museo e
c’era il regolamento del museo e così via.
La cosa, lo ripeterò all’infinito, mi ha colpito molto, visto che
provengo da una terra in cui questo tipo di attenzioni sono
praticamente sconosciute.
Fatto sta che, nonostante questi rigidi elenchi di diritti e
doveri, il buonsenso era comunque latitante, visto che al parco c’era
comunque gente che calpestava le aiuole, sui mezzi pubblici c’era chi
si metteva nei posti più lontani dall’autista per fumare e nei musei
si facevano foto anche se proibito.
Oggi, dopo un buon caffé, mi sono dato alla lettura di notizie e
scopro che il ministro Brunetta vuole mandare fuori di casa i ragazzi,
non appena
diciottenni ; così,
da matematico per diletto, faccio due più due e mi rendo conto di non
ottenere un quattro preciso, ma quattro più un’anomalia, quella
italiana.
Siamo un paese pieno zeppo di leggi, leggi che pretendono di
indirizzare ogni nostro comportamento. Ad esempio, visto che stiamo
andando verso una società che impedisce ai ragazzi di crescere facendo
le loro esperienze, il ministro Brunetta vuole farne una che obblighi
questi ragazzi ad uscire di casa! Ora, non per parlare male di
Brunetta, perché è come sparare sulla Croce Rossa, ma a me questa più
che un’idea sembra una fesseria. E di fesserie come questa ce ne sono
tante.
Fatti due altri conti, si può capire facilmente che in queste
fesserie il malato principio italico è: “c’è un comportamento
sbagliato? Bene, faccio una legge che lo vieta!”. È palese che
questa strategia sia perdente in partenza e serve solo a salvare le
apparenze. Immaginate per un attimo un genitore che becca il figlio a
fumare e gli dice: “Ti proibisco di fumare”. Secondo voi cosa farà il
figlio? Continuerà a fumare ancora più di nascosto, è semplice. Allo
stesso modo, i continui abbassamenti del tasso di alcol nel sangue
non impediscono che gli incidenti stradali causati dall’ubriachezza
continuino a mietere vittime.
Dal mio punto di vista, la situazione italiana è quella di una
società in cui l’illegalità e fortemente diffusa ed in cui il
buonsenso latita; capita spesso che, laddove un po’ di buonsenso ci
porterebbe a comportarci in maniera corretta, il legislatore
intervenga con leggi che, invece, il buonsenso lo travalicano del
tutto.
Purtroppo, la strategia di questa politica non funziona, non è
quello di cui abbiamo bisogno. Dipendesse da me, imporrei per legge il
buonsenso.
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Posted by Domenico Delle Side
Sun, 15 Nov 2009 09:04:54 GMT

Da bambino, mi capitava spesso di averla a morte con i miei genitori; dal mio punto di vista, facevano cose prive di senso e mi sembrava quasi che lo facessero apposta per darmi dispiacere.
Ovviamente, crescendo, si può cambiare quel punto di vista e magari ci si rende conto, come nel mio caso, che la posizione dei miei genitori era dettata da una visione più completa della realtà: come persone mature, comprendevano gli effetti (a volte nefasti) delle mie idee e mi impedivano di metterle in atto.
Oggi avviene una cosa piuttosto simile con noi, con il popolo italiano.
Quanto a sentimento democratico, trovo che si sia un popolo immaturo; così i nostri genitori, i padri costituenti che ormai non ci sono più, ci hanno lasciato nelle mani della Costituzione e della Corte Costituzionale, che ci fanno benevolmente da mamma e papà.
Dove sta la nostra immaturità? Bene, spesso ci comportiamo come mi comportavo io da bambino, visto che ogni tanto partiamo in quarta con idee bislacche e pericolose che sono bloccate solo da Costituzione e Corte Costituzionale.
Proprio come accadeva a me, anche noi ci sentiamo colpiti e traditi da questi due “genitori”, ma anche in questo la possibilità è che noi abbiamo una visione non completa della realtà e che quindi non ci rendiamo conto delle conseguenze dei nostri propositi.
Gli esempi di questi comportamenti non mancano, pensiamo per un attimo al nostro passato recente: il cosiddetto “Lodo Alfano”. Una legge iniqua, che avrebbe significato vivere in una repubblica democratica in cui 4 cittadini, per dirla alla Orwell, sono più uguali degli altri.
In questo caso, noi abbiamo avuto una visione parziale della questione; molti di noi erano a favore perché convinti che il Presidente del Consiglio sia perseguitato dai magistrati di sinistra; altri ancora erano contrari per semplice partito preso. Alla fine c’è voluto l’intervento di Costituzione e Corte Costituzionale, che, dall’alto della loro esperienza, conoscono bene i pericoli di queste derive legislative.
Oggi il problema si ripresenta di nuovo con il “processo breve”, con il quale (sempre basandosi sulla fantasia che il premier sia perseguitato dai giudici) si cerca deliberatamente, addirittura senza più nasconderlo, di impedire che Berlusconi venga giudicato in 2 processi. L’escamotage è quello di stabilire dei tempi tecnici inderogabili per la lunghezza temporale dei processi agli incensurati: non più di 6 anni, altrimenti lo Giustizia deve tirarsi indietro e rinunciare a processare gli imputati.
In pratica, si da la possibilità a chi è facoltoso e/o potente, di rimanere per sempre incensurato, a prescinere dal fatto che abbia commesso reati o meno.
Questa storia mi ricorda di nuovo il mio passato; ovvero quando ad un compito di matematica che feci alla perfezione, il professore mi mise solo 8 (contro il 9 delle altre 2 persone che come me non commisero alcun errore). La spiegazione del professore fu che io non avevo mai preso voti del genere e quindi non poteva mettermi quello che meritavo. Il mese successivo feci di nuovo un compito perfetto ed il professore mi mise di nuovo 8, contro il 9 degli altri, portandomi di nuovo la stessa ed identica spiegazione. Al ché io gli risposi: «Professore, ma se lei non inizia a mettermi 9, io voti del genere non li prenderò mai!»
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Posted by Domenico Delle Side
Sun, 10 May 2009 10:19:57 GMT

Checché ne dica papi, le strategie della sua coalizione (e non solo della sua) sono quelle dell’odio.
Odio indiscriminato verso la sinistra, verso i comunisti, verso chi non la pensa come loro. Dall’altra parte, invece, c’è un diffuso ed ingiustificato senso di superiorità, che è anche quello odio.
Odio anche verso immigrati ed extracomunitari, che poi è una sottile forma di odio verso il prossimo.
I politici in genere hanno capito che le persone che odiano possono essere più facilmente dirette e per questo la politica troverà sempre un motivo per farci odiare qualcuno o qualcosa.
Accanto all’odio, l’altro strumento catalizzatore di consenso è la paura.
Anche questo sentimento “unisce” e ci spinge ad avallare qualunque scelta, pur di non provarlo più. Se avessi paura ad uscir di casa, sarei disposto a qualunque cosa pur di non averne più. Anche in questo caso, dunque, la politica cercherà sempre un motivo per farci avere paura.
La sopraffine arte politica è riuscita a coniugare odio e paura e ad incanalarle in un unico soggetto: gli immigrati (clandestini o meno, non fa molta differenza). Spesso sono ritenuti anche la causa di numerosi problemi che attanagliano l’Italia (porterebbero a sprecare risorse e quindi a dissestare il bilancio della nostra nazione).
Con l’odio e la paura, tuttavia, non si fa molta strada, si rimane chiusi in sè stessi e si perde il bello dell’essere persone: incontrare l’altro, incontrare chi è diverso da noi e ci può arricchire.
Homo sum, nihil humani alienum a me puto.
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Posted by Domenico Delle Side
Wed, 15 Oct 2008 18:39:47 GMT
È di oggi un sondaggio circa l’alto gradimento del governo e dei suoi ministri. Cifre mai viste, cifre altissime, Berlusconi le definisce addirittura “imbarazzanti”. Sarà…
Francamente, credo che si viva in una società in cui si voglia misurar tutto, in modo da ottenere un metro di giudizio per decidere come comportarsi. Per quanto sia giusta, questa prassi non è sempre la migliore, ci sono decisioni che vanno prese sulla base dell’intuizione o della pura fortuna, è inevitabile.
Al di là di questa considerazione generale, non approvo i sondaggi politici: sono strumenti d’indagine che non danno alcuna risposta politica.
I sondaggi, per come li conosciamo ora, sono nati come strumento per determinare i gusti della popolazione, in modo da aiutare la produzione nella vendita dei propri prodotti. Questo approccio, in seguito, è stato applicato anche alla politica, identificando il prodotto con il politico o il partito di turno.
Il sondaggio politico, dunque, valuta il gradimento di questo o quello esponente, in modo da aiutare la politica a fare determinate scelte. L’errore, a mio avviso, si trova proprio qui, ovvero nel basare le proprie scelte sui risultati di un sondaggio.
Consideriamo degli esempi. Il direttore di un supermercato vuole determinare di quali prodotti debba approvvigionarsi, in modo da incontrare i gusti della propria clientela; per far ciò si rivolge ad un’azienda specializzata che saprà accontentarlo. In tutto ciò, l’obiettivo del direttore è soddisfare la propria clientela per aumentare l’utile del proprio esercizio.
Un genitore potrebbe trovarsi di fronte ad un problema simile, di fronte alle richieste dei propri figli. Pensate cosa accadrebbe se decidesse di utilizzare i sondaggi per soddisfare i desideri dei propri figli: colazione, pranzo e cena sempre con la nutella, abolizione dello spazzolino da denti, maxidotazione di console da gioco con un migliaio di giochi a disposizione, ecc…
Un genitore, dunque, si trova spesso a prendere decisioni sgradite ai propri figli, assumendosene le responsabilità: il suo scopo non è farsi ben volere, ma fare il bene dei propri figli.
Per come la vedo io, con la politica vale lo stesso discorso: i nostri rappresentanti dovrebbero avere il coraggio di mandare a quel paese i sondaggi, evitare le piaggerie ed assumersi la responsabilità di decisioni anche impopolari, fatte per il bene comune.
Questo, ovviamente, non accadrà mai.
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Posted by Domenico Delle Side
Wed, 14 Jun 2006 15:47:00 GMT
Ricevo e pubblico con piacere questo testo elaborato da Carolina, che mette a confronto le due versioni della Costituzione sulle quali siamo chiamati ad esprimerci i prossimi 25 e 26 giugno.
Cari amici, il 25 e il 26 giugno si potrà votare per confermare o meno,
mediante referendum, le consistenti modifiche (50 articoli cambiati + 3
nuovi) apportate alla Costituzione dal vecchio Parlamento su iniziativa
dell’allora Presidente del Consiglio. Data l’importanza dell’argomento – la
Carta Costituzionale, come a suo tempo la Magna Charta, “non conosce
sovrani”! – ho voluto documentarmi per evitare un voto “viscerale”. Ho
letto entrambi i testi e propongo qui le riflessioni che mi sembrano più
importanti.
- La rappresentanza. I parlamentari rappresentano ancora la Nazione
ed esercitano sempre le funzioni “senza vincolo di mandato”. Cosa giusta,
spesso ignorata nei comportamenti, ma valida comunque per tutti
indistintamente. Tuttavia nella nuova camera dei deputati (unica perché
l’attuale senato, pur fatto da eletti su base regionale, è soppresso),
questi non godono degli stessi diritti. Solo i deputati appartenenti alla
maggioranza possono votare la “sfiducia costruttiva”, evitare lo
scioglimento delle camere e indicare un nuovo Primo Ministro da impegnare
sul programma della maggioranza. I deputati dell’opposizione non hanno
diritto di voto. Altro che rappresentare la Nazione!
- I poteri. Solo un buon equilibrio dei poteri è garanzia di un buon
funzionamento delle istituzioni (persino nel gioco del poker non esiste una
combinazione di carte sicuramente vincente!), ma nella nuova Carta si
manifesta uno sbilanciamento rilevante. È la camera, e non viceversa, ad
avere bisogno della fiducia del Primo Ministro; questi può imporre il suo
scioglimento al Presidente della Repubblica, che perde l’autonomia di questa
facoltà. Inoltre si profilano conflitti di competenza interni al potere
legislativo, con l’istituzione del Senato Federale e la soppressione del
sistema bicamerale. Ci saranno leggi varate della camera, dal senato, leggi
bicamerali, leggi del senato modificate dal governo, proposte di modifica
del senato a leggi della camera, commissioni e comitati paritetici per il
contenzioso in materia… bella semplificazione! Altri squilibri derivano dal
rafforzamento della componente politica del Consiglio Superiore della
Magistratura e della Corte Costituzionale.
- La chiarezza. Ho sempre avuto caro il mio libricino 1095 collezione
legale di Pirola con il testo della Costituzione. Un testo anche molto
difficile, ma chiaro, molto più chiaro e sintetico delle leggi ordinarie,
come ci si aspetta della Legge delle Leggi. Pensiamo a esempio alle nove
parole dell’art. 70: “La funzione legislativa è esercitata collettivamente
dalla due camere”. Il nuovo art. 70, vi risparmio il testo, è fatta da 585
parole, con 11 rinvii a 9 diversi articoli della costituzione stessa, comma
vari, e una serie di precisazioni e distinzioni, sempre all’insegna della
semplicità, naturalmente!
- I valori. La Costituzione è per definizione una Legge che traduce i
valori fondanti di una società in criteri generali che regolino la vita
futura della collettività, al di là delle diverse situazioni contingenti che
possano emergere. Sono valori vivi che tutelano i diritti e la libertà dei
cittadini, senza discriminazioni di alcun tipo; sono valori universali e
democratici pensati per il futuro di tutti. Nella nostra Carta essi ispirano
in particolare la I parte, che apparentemente non verrebbe toccata dalle
modifiche proposte. Ma è proprio vero? Nella passata legislatura ho
assistito, abbiamo assistito, ad attacchi insistenti ai valori di
solidarietà, anche internazionale, che hanno riferimenti in articoli della
prima parte della Costituzione. I criteri di progressività del prelievo
fiscale (art. 53), l’indipendenza e la laicità dello stato (articoli 7, 8,
19), gli ideali internazionali (art. 11) sono stati messi in discussione e
con la concentrazione dei poteri nelle mani di una sola persona, sancita
dall’elezione diretta e dalle modifiche oggi introdotte e non condivise né
concordate con l’opposizione, risultano ancora più minacciati.
- L’anacronismo. Le prime critiche alla Carta Costituzionale: erano
dettate dai disagi che viveva la Prima Repubblica, prima del crollo, ed
erano conseguenze di difetti non necessariamente attribuibili alla
Costituzione. Le critiche di allora erano: Esecutivo debole rispetto al
Parlamento; troppi “inciuci” tra maggioranza e opposizione; troppe
lungaggini ostruzionistiche e troppo potere di ricatto e di veto da parte di
partiti e partitini. Oggi assistiamo all’opposto: il Parlamento soccombe
davanti ai voti di fiducia al Governo e ai suoi maxi-emendamenti
onnicomprensivi; la maggioranza nega con arroganza il dialogo con
l’opposizione in nome di un’investitura ingiustificata (dalla
Costituzione); i tempi dei lavori parlamentari sono regolati e contingentati
in forma assai stretta e i partiti, i partiti basta guardare come sono
ridotti… a caccia esasperata di consensi.
- La “devolution”. Con questo nome poco italiano e ancor meno
lombardo viene presentata la modifica proposta. Il significato sembra essere
quello di venire incontro alle esigenze di decentramento volute dalla Lega
Nord di Bossi, con attribuzione di competenze alle regioni. Questo aspetto è
presente, ma con un peso non paragonabile a quello dell’accentramento dei
poteri già descritto. Sono ribadite le competenze regionali in materia di
salute, istruzione e sicurezza (corpi armati), e a mio parere si affacciano
pericoli di “dissolution” dello Stato (ricordate come è cominciato il crollo
della Jugoslavia?). Si ha poi la certezza di un frastagliarsi di
provvedimenti locali che renderanno meno omogenei alcuni diritti e servizi
ai cittadini italiani. Più vicina all’idea di devolution era perfino la
famigerata riforma del Titolo V operata unilateralmente dal centrosinistra
(che brutto precedente!) che comunque, va ricordato, si basava sull’assenso
espresso dall’allora opposizione su questi argomenti in commissione
bicamerale (70 membri, tutte le componenti – Lega, FI, AN, UDC -
rappresentate),
prima dell’affossamento politico di questa.
- Il metodo. Basterebbe da solo a determinare una scelta. Se è vero
che la Costituzione deve essere il riferimento normativo e valoriale per
tutti, sembra logico che la sua elaborazione spetti a tutti (i
rappresentanti in nome dei rappresentati) e che la sua approvazione debba
essere la più ampia possibile. Così non è stato: le modifiche di oggi si
devono all’attività redazionale di 4 persone di parte, mentre la Costituente
del 1946-47 era composta da 556 rappresentanti di tutte le
componenti; abbiamo assistito a una prova di forza ingiustificata, a una
riforma costituzionale presentata come parte di un programma elettorale
(inaudito) e all’esibizione dell’alibi fornito dal precedente della riforma
unilaterale del Titolo V, fatta dal centro sinistra, di fronte a
ragionevolissime obiezioni. (vedi punto 6). Sono convinta che fra tutte le
contraddizioni del provvedimento, questa, di metodo sia anche la più
importante e la più pesante. Una Costituzione non fondata sul contributo e
sul consenso di tutte le componenti di una collettività è una contraddizione
in termini, una negazione del concetto stesso di Costituzione. Non si vede
in alcun modo come possa sostituirsi alla Carta che i Costituenti hanno
elaborato con sforzi, discussioni e obiettivi di ben altra consistenza
portata e lungimiranza.
8. Il condivisibile. Possibile che tutto vada male in questa riforma?
Possibile, possibile, certamente possibile per il metodo. Detto questo, nel
merito potrebbero esserci parti condivisibili. Personalmente ho trovato due
elementi che meritano attenzione: la ri-attribuzione allo Stato di
competenze importanti in materia di ordinamenti generali sulla tutela della
salute, sicurezza su lavoro, distribuzione dell’energia e la riduzione del
numero dei parlamentari, che viene presentata come meritoria forma di
risparmio. Ciò potrebbe essere condivisibile, tuttavia sono oscuri i
criteri adottati per questa riduzione, che in ogni caso dovrebbe diventare
operativa dal 2016. Ci dovrebbe essere insomma tutto il tempo per poter
approfondire e concordare il provvedimento in uno spirito costituzionalista.
O no?
Per quanto sopra ho maturato la decisione di partecipare al referendum
votando NO e augurandomi che ogni eventuale futura modifica costituzionale
sia effettuata con spirito costituzionalista!
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Posted by Domenico Delle Side
Sun, 04 Jun 2006 13:39:00 GMT
Il 2 giugno 1946, data mitica nella storia Italiana, che ormai un po’ tutti ignorano, non solo si è scelta la forma istituzionale del nostro stato, ma è stato anche dato il via al processo democratico che avrebbe redatto la costituzione della nascente Repubblica Italiana. In quella data, infatti, con un evento del tutto eccezionale per la storia del nostro paese, uomini e donne maggiorenni (per l’epoca) votarono scegliendo tra repubblica e monarchia ed eleggendo 556 rappresentanti che avrebbero dato vita all’Assemblea Costituente.
I costituenti appena eletti si trovarono a dover operare senza aver grosse certezze, potevano fare affidamento solo su due punti saldi: la forma istituzionale, ovvero la repubblica ed il principio comune che univa il loro sentire: l’antifascismo. Si misero così a lavorare per un anno e mezzo circa, non senza problemi; non fu semplice, infatti, mettere d’accordo le varie anime di cui si componeva quell’assemblea, ma quegli uomini illuminati seppero condividere intenti e accordarsi in maniera lungimirante.
Il fascismo aveva rappresentato una grave ferita per l’Italia e per le coscienze dei suoi cittadini; quel ventennio, infatti, ha rappresentato una sconfitta dell’uomo, della società. Questa esperienza negativa era viva nelle menti dei vari Calamandrei, Terracini, Saragat; tutte persone che avevano vissuto il fascismo e ne erano state vittime. Per questo motivo, la nostra Costituzione è permeata di un senso di libertà ed al tempo stesso del desiderio imperativo di mantenerla. Entrando nel merito della forma dello Stato, per fare un esempio, il bicameralismo rappresenta una garanzia: per essere approvata, una legge deve superare l’esame delle due camere e con lo stesso testo. Se guardiamo al passato, questo non ha impedito l’approvazione delle leggi vergogna, ma pensate a cosa sarebbe potuto accadere se, invece, il capo del governo avesse potuto emanare leggi a suo piacimento.
Il risultato, dunque, del dibattito e del confronto di questi saggi costituenti è stato condensato negli articoli che compongono la nostra carta, che, a detta di numerosi giuristi e politologi, è quanto di meglio si possa osservare nel panorama istituzionale mondiale. A questo punto, è lecito chiedersi che bisogno ci fosse di modificarne il testo. Perché riscrivere qualcosa che era già ritenuto giusto?
Le scuse accampate, nel corso della storia, sono state tante. Quella dell’immobilismo istituzionale, ad esempio, è una colossale balla; chi ce la propina, in realtà, vuole soltanto svuotare la Costituzione delle sue forme di garanzia, in modo da aver vita facile. La cosa, a ben vedere, non ha colore politico, un po’ tutti i nostri rappresentanti-dipendenti vorrebbero poter fare il bello ed il cattivo tempo istituzionale a loro piacimento. Sarà forse per questo motivo che, a pochi giorni dal referendum confermativo della modifica costituzionale attuata a maggioranza dal governo Berlusconi, non si parla del voto, non c’è dibattito, non esiste contraddittorio. Eppure, tutti dovremmo avere l’interesse a non permettere che un’altra porcata del genere possa funestare la nostra vita.
Perché dei politici dovrebbero modificare una costituzione che, a 60 anni dalla sua approvazione, non è ancora stata del tutto messa in atto? La spiegazione potrebbe essere la paura, la paura che con l’attuazione questi onorevoli signori, insieme con i partiti che rappresentano, perdano il proprio potere. Stanno così le cose? Caliamoci per un attimo nei panni di questi loschi figuri e immaginiamo come si potrebbero comportare.
«Uhm… se questa cazzo di storia della costituzione va avanti lo prendiamo tutti nel culo… c’è bisogno di fare qualcosa». Ovviamente, il nostro politico quadratico medio non può dire apertamente quale sia la reltà, così deve appigliarsi a qualche argomento del tutto irrilevante, amplificarlo, convincere l’opinione pubblica che sia importante riuscendo in questo modo a confondere le acque per agire indisturbato. Il principio utilizzato è lo stesso che si può vedere nei film d’azione: un ladro, ad esempio, che voglia rubare un quadro in un museo, crea un diversivo che attiri l’attenzione altrove, guadagnandosi la possibilità di agire indisturbato.
«Bene, si può dire che la Costituzione sia vecchia e concepita male, che ingessa il lavoro dei governi, rallentando ogni riforma. E poi, c’è la storia del federalismo, posso sempre tirare fuori quella, se qualcosa va male». Ecco fatto! In nome dello snellimento governativo e della devolution si è dato un colpo di rasoio alla storia, effettuando modifiche che potrebbero rendere l’Italia uno stato totalitario. Uno stato totalitario? Cosa c’entra? Non si parlava di snellimento e devolution? Ci siamo immedesimati troppo nel ruolo del losco figuro e ci siamo dimenticati della paura di cui parlavamo.
Dicevamo che questo stratagemma serve a confondere le acque per poter attuare delle modifiche più nascoste, da tacere, su cui non si dovrà discutere. Dalla modifica costituzionale, infatti, viene fuori un capo del governo, un premier, completamente nuovo, un capo che riceve l’investitura dal popolo, che non ha bisogno della fiducia della sua maggioranza, che nomina e revoca i suoi ministri a piacimento e che determina in tutto e per tutto l’attività del governo e dei ministri di cui è composto. Non è tutto, alcuni organi di garanzia come la Corte Costituzionale e il Consiglio Superiore della Magistratura
risultano completamente snaturati, poiché diminuisce paurosamente il numero di componenti indipendenti che li compongono, a favore di quelli eletti dal governo.
Paura, eh? Dei politici, ovviamente; a noi basta votare “NO” al prossimo referendum per dormire sonni (un po’ più) tranquilli, c’è ancora la vecchia Costituzione che veglia su di noi.
Posted in Malapolitica, Opinioni, Fondamenta | Tags 25, antifascismo, costituzione, giugno, NO, referendum | no comments
Posted by Domenico Delle Side
Tue, 16 May 2006 14:05:00 GMT
Il nostro caro B. ci ha deliziati negli ultimi anni con i suoi sogni (o follie, a seconda dei punti di vista); tra questi, uno dei più ripetuti e sottovalutati è l’idea dello stato-azienda. Secondo quanto detto dal nostro, dunque, l’Italia sarebbe un società di capitali, resterebbe solo da chiarirne il tipo.
Pur mantenendo delle regioni di contatto, ovvero dei punti in cui la similitudine regge, quello che dovrebbe balzare agli occhi è che gli scopi di stato ed azienda sono differenti. Un’azienda, infatti, ha come obiettivo quello di produrre utili; lo stato, invece, è un ente che ha come scopo il benessere dei propri cittadini. Le due entità, dunque, perseguono fini differenti che non sempre sono sovrapponibili, principalmente perché un’azienda non ha alcuna etica da rispettare.
Ricordo chiaramente le parole del Nobel per l’economia Milton Friedman, secondo il quale un’azienda non dovrebbe impegnarsi nel sociale, a meno che non lo faccia specificatamente per carpire la fiducia delle persone (ovvero i suoi potenziali “clienti”). Friedman spiegava la cosa dicendo che una società di capitali non ha alcun interesse per lo stato di salute della società civile, a meno che questo non coincida con i suoi affari; solo in questo caso, infatti, avrebbe un ritorno da questo tipo impegno, che è visto dunque come un investimento che dovrà produrre i suoi frutti in termini economici.
Tradotto in parole più semplici, il pensiero di Friedman non fa altro che confermare quanto sostenuto in precedenza, ovvero che un’azienda ignori cosa sia l’etica, poiché esclusivamente votata a perseguire il suo profitto. Trasportare questo principio in un stato è grave, poiché uno stato è essenzialmente etica. Per intenderci, per uno stato è lecito spendere dei soldi senza avere un utile economico di ritorno, poiché ha come primo obiettivo il benessere dei propri cittadini. Lo stesso discorso non andrebbe bene per una società per azioni, ad esempio.
Lo stato-azienda, pertanto, è una pericolosa accozzaglia di populismo ed eversione, poiché è il prodotto di una cultura priva di morale, una cultura che non pone al centro di sè stessa l’uomo, ma il denaro, il potere e che giustifica qualunque cosa pur di raggiungere o mantenere il potere e le ricchezze.
Questa è l’eredità sociale di 5 anni di governo Berlusconi, ovvero una società civile ridotta ai minimi termini, ridotta ad un marasma di interessi in lotta per prevalere. A volte, tutto ciò viene giustificato ricordando Machiavelli e la sua frase (che poi sua non è…) secondo la quale «il fine giustifica i mezzi», ma a ben vedere anche questa è una delle più grandi bugie propinate al genere umano. La realtà è che mezzi barbari imbarbariscono qualsiasi fine, per quanto nobile esso sia.
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