Tempi di crisi

Domenico Delle Side, 19 Gennaio 2009

Una crisi economica rimane solo tale? Dal mio punto di vista, la risposta è no; è l’intera società ad esserne investita in molti aspetti della propria vita, non solo in ciò che è evidente (perdita del lavoro e cassa integrazione).

Anni fa, ero piccolo e di domenica, il giorno della festa per eccellenza, uscivo a spasso con la mia famiglia; si andava a fare un giro in centro, oppure una passeggiata al mare; magari si prendeva anche un cappuccino, ma in sostanza si trascorreva il tempo osservando luoghi, parlando con persone, facendo attività “sociali”.

Se guardiamo all’Italia di oggi, questo comportamento è fortemente ridimensionato, se non del tutto sparito in certe zone. Le famiglie continuano ad uscire la domenica (a dire il vero, anche questo comportamento mi sembra ridotto), ma la meta delle uscite è diventata, ad esempio, il centro commerciale. Nei fine di settimana, frotte di persone affollano questi giganteschi complessi commerciali, dove si può trovare di tutto, in modo da soddisfare ogni desiderio.

I desideri, appunto. Se un tempo si desiderava socialità, oggi si desiderano oggetti. A dirla tutta, anche prima si desideravano oggetti, ma questo desiderio aveva poche realizzazioni concrete (la macchina). Allo stesso modo, anche oggi si continua in un certo modo a desiderare socialità.

Si può discutere su quale dei due desideri sia migliore e si possono avere opinioni differenti, ma non credo sia questo il punto interessante della questione.

Proviamo a calarci nella realtà di vent’anni fa, periodo in cui si desiderava per lo più socialità; per perseguire tale desiderio si cercava di aumentare le occasioni in cui creare relazioni sociali: si usciva la domenica, ci si trovava in case di amici per giocare a carte e via dicendo.

Nella realtà d’oggi, invece, il desiderio più forte è di oggetti e per ottenerli occorrono soldi. Ovviamente, tanti più soldi si avranno, tanti più saranno gli oggetti che si potranno possedere o saranno tanto più costosi. Il denaro, dunque, diventa il mezzo attraverso il quale vedere soddisfatti i propri desideri.

Nella nostra vita, cerchiamo sempre di sforzarci al massimo per essere felici, quindi è lecito supporre che cercheremo di avere quanti più soldi possibile. Per una persona media, guadagnare più soldi vuol dire lavorare di più; molte persone, perciò, lavoreranno a sfinimento per soddisfare i propri desideri, sottraendo tempo alla socialità (famiglia ed amici). Per altre persone, invece, guadagnare di più significherà muoversi ai confini della legalità, arrecando inevitabilmente danni ai propri simili.

In entrambi i casi (maggiore lavoro e rischio illegalità) si avrà come risultato un comportamento egoista, per ottenere più denaro dovremo escludere gli altri dalla nostra vita: nel primo caso, sottraendo loro le nostre attenzioni; nel secondo, facendogli del male.

Il mio ragionamento, probabilmente, è estremo, ma in fin dei conti il succo è che una società di egoisti è una società imbarbarita. Una società in cui tutto si misura col denaro è una società impoverita.

Nel contesto attuale, quindi, una crisi economica può avere effetti dirompenti su di noi. Se far soldi occupa un posto così importante nella nostra vita, vedere pregiudicata tale possibilità significa mettere concretamente a rischio i propri desideri.

Come reagirà una società imbarbarita a questo rischio?

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